Aumentare il rendimento

Scritto da Jolly Lamberti il 14-10-2010 in Allenamento
Foto conferenza

Nuova ipotesi di approccio metodologico verso l’allenamento per la scalata. Capire perchè siamo peggiorati per poter migliorare. Trascrizione da una registrazione della conferenza tenuta durante il meeting di scalata a San Vito Lo Capo

Buonasera a tutti, grazie di essere qui, soprattutto grazie anticipatamente perché oggi vorrei essere solo un tantino più noioso rispetto alle serate di alpinisti cui siamo abituati. Nessuna disolvenza incrociata, effetti speciali e filmati accattivanti.
Neanche volevo parlare, come scritto nel programma, dell’allenamento della forza. Piuttosto volevo arrivare a parlare dei motivi per i quali, oggi, chi ha tanta forza la spreca, e chi ne ha poca, non la utilizza.
Il cuore del discorso sarà la decadenza. Capire come siamo peggiorati e perché. Per poter proporre una nuovo approccio metodologico nell’allenamento. Un cambiamento di prospettiva.
Ora io uso la parola decadenza perché non ne ho trovata una migliore, ma in realtà non penso che ci sia un connotato in assoluto negativo. Grossa mutazione, cambiamento. Chiamare decadente la scalata moderna non è l’atteggiamento snob di un nostalgico dei tempi passati ma al contrario l’analisi autocritica di chi ci sta dentro fono al collo, e forse, ha contribuito a questo cambiamento.

Allora, la scaletta mentale che vorrei andarvi a dimostrare è questa:
Da pochi anni c’è un discreto gruppo di super fortissimi mutanti che stanno abbattendo tutti i record.
Ma questo, come vedremo, non significa nulla.
Oggi invece si scala male, la scalata è peggiorata, non è vero che le condizioni sono più favorevoli di una volta per migliorare. Non è vero che con le palestre, gli allenamenti moderni, etc. sia più facile diventare bravi. Anzi.
Questo perché la scalata, da qualche anno ha un problema.
Capendo quali siano le caratteristiche di questo problema si può proporre un nuovo tipo di allenamento.
A questo voglio arrivare.
Questo ragionamento già suona sballato: la scalata è peggiorata? Ma allora Ondra, tutti i mutanti che fanno il 9 b i filmati incredibili etc? i Media dicono il contrario: che la scalata abbia avuto una impennata senza paragoni. Che sia migliorata enormemente, grazie anche alle nuove metodologie e alle palestre.
Permettetemi di soffermarmi su questo punto. Perché è importante cercare di capire che, invece, siamo peggiorati se vogliamo migliorare.

Si è vero, la massima performance è salita in 5 anni + che negli ultimi 25. si sono abbattuti tutti i record. La massima performance. Ma le condizioni non sono diventate più favorevoli.
Oggi scalano nel mondo un milione di persone, a fronte di poche migliaia di 20 anni fa.
oggi per tirarne fuori uno buono bisogna pescare dentro un vivaio enorme.
Non è che in un paese se i ricchi diventano super ricchissimi e il ceto medio sempre più povero diciamo che l’economia è migliorata.
Non è che se alcune persone guadagnano 100 milioni vuol dire che sia più facile arrivare a guadagnarne uno.
I media ci dicono che l’8b ormai è una cazzata. Non è vero. Oggi, è ancora più difficile, per il ceto medio, arrivarci.

Microcosmo Roma. Per esempio, perché lo conosco bene.Ma lo stesso ragionamento si potrà applicare alle dolomiti, al lecchese alla toscana etc.
1989. Ci sono 60, ad allargarci 100 persone che fanno arrampicata sportiva con una frequenza almeno bi settimanale.
Ve ne posso elencare una quindicina che avevano fatto L’8 a. Almeno 6 che avevano fatto l’8b: Me stesso, Dibbari, Ignazio, Ciato, Finocchi, Baiocco.

Oggi a Roma scalano 10.000 persone.
A parte i vecchi che ancora scalano, non mi vengono in mente, ma non ci sono, oggi, a roma, 5 persone che fanno l’8b+. ( l’inflazione dei gradi è innegabile, consentitemi almeno di paragonare l’8b di Allora ( Rose et le Vampire) con quelli di oggi.

Se si dovesse mantenere la proporzione di allora, adesso ci dovrebbero essere 2000 persone, solo a Roma, che salgono sull’8a e almeno 500 che fanno l’8b+. Ovvio che la proporzione non si può mantenere, perché quando uno sport diventa di massa anche il bibliotecario con la panzetta e gli occhiali spessi che da 20 anni non si è mai alzato dal tavolino decide di fare arrampicata, mentre prima lo sport era più estremo e c’era selezione già in partenza.
Ma se analizziamo i dati in maniera un poco scientifica, comunque i conti non tornano.
L’ambiente sembra essere più favorevole negli anni ottanta, quando non si cominciava da piccoli, quando non c’erano le palestre, quando non c’erano le metodologie di allenamento moderne.

Però ci sono i mutanti, che prima non c’erano. Ma i mutanti non ci interessano: questo perché:
1) Sono scaturiti darwinianamente dal fatto che il campione si è allargato a dismisura.
Se ho un milione di persone che scalano, di Ondra ce ne dovrebbero essere molti di più, cosi come ci devono essere per forza degli albini e delle persone con la mutazione genetica di kroitzer o vattelappesca. Ma è dimostrato che chi ha talento genetico non ha bisogno di allenamento.
2) dal fatto che la way of lyfe, lo stile di vita in voga tra i climber di punta, grazie all’esempio di Sharma e altri, è divenuto un viaggiare incessante e fricchettone tra le falesie più belle del mondo. Scalano e basta. Ogni tanto si fanno le canne. Ma non lavorano e, soprattutto, non si allenano ( poco) a secco. Questo è un punto fondamentale. Fanno quello che facevano gli scalatori fricchettoni degli anni ottanta

Insomma
I molto molto forti sono diventati più forti, ma non possiamo considerare loro, per dire che le condizioni sono migliorate.
Se vogliamo fare una valutazione corretta, consideriamo noi. Il ceto medio. I non mutanti. Quelli bravi ma normali. Quelli meno bravi. Quelli negati.
Tutta questa popolazione, in realtà, è peggiorata. Non ha ricevuto alcun vantaggio dalla " modernità".
Perché è ammalata, scalatoriamente parlando, di una sindrome diffusissima negli anni 2000. Che è iniziata con l’artificializzazione della scalata una dozzina di anni fa e si è diffusa rapidamente come un virus:
Lo sprecare la forza, il non riuscire ad utilizzarla al meglio.
Questa malattia, che io chiamo " della forza inutile" è’ caratterizzata spesso dallo scandaloso divario tra ottimo livello a secco, in allenamento, su pannello, su PG, su pareti artificiali, e scadentissimo rendimento in falesia.
Il problema, di cui parlavo prima si chiama RENDIMENTO. Ora cerco di spiegarvi come il cambiamento di approccio metodologico debba partire proprio da questa parola: rendimento. Che non vuol dire risultato.

RENDIMENTO

“è il rapporto fra ciò che si ottiene da una certa azione e ciò che si ha a disposizione per far avvenire l’azione "

Potete mettere in discussione la validità statistica dei ragionamenti fatti prima ma andate in falesia la domenica, in una falesia affollata, guardatevi attorno: quanti energumeni che usano, sempre e sistematicamente, molta più forza di quella che serve. Forzuti soffianti che per fare un 7a devono avere un livello potenziale a secco di 8a.
Oggi salvo poche eccezioni sale sul 7c chi si tiene da 8c. Per questo in pochi fanno l’ 8c. perché continuando con questa proporzione, per fare l’8b+ servirebbe una forza infinita, un livello potenziale da 9c.

E’ questo il problema. Se non si agisce sul rendimento ognuno di noi arriva ad un plafond. Un livello su cui staziona per sempre. Che non potrà mai superare. Perché tutta l’energia in più viene dissipata. E si arriva a questa soglia. Come una macchina piena di freni in cui si continua a pompare benzina con l’accelleratore.

Tutto parte dal concetto di rendimento. Nello sport questa parola è usata in maniera impropria. Viene usato come sinonimo di risultato: “il tuo rendimento nei 100 metri piani è 10 metri al secondo”. Oppure: “il tuo rendimento in falesia è pari a 7b”. No. Quello è il risultato. Il rendimento non ha una unità di misura, è un rapporto che non può mai essere superiore ad uno, è una percentuale che non può mai essere pari al 100%, ma sempre un po’ di meno. Perché è
è il rapporto tra energia in entrata e reale energia utile sprigionata. Il rendimento è una misura dello spreco. Se faccio il 6° ma vado al 100% ho un alto rendimento. Posso fare il 7c ma avere un rendimento basso, se per fare il 7c mi serve una potenza da 8b.

Esaminiamo meglio questo rapporto di rendimento, che è la chiave per capire come si dovranno adattare i vecchi strumenti di allenamento nella nuova scalata.

La sindrome da resinaro, ha come sintomi evidenti questo scandaloso divario tra parametri fisici, e risultati ottenuti in falesia. Tra bravura tecnica in allenamento e poca fluidità sul campo. In generale tra capacità in allenamento, in ambiente rassicurante, e risultato in falesia.
In realtà, se il classico esempio di basso rendimento è elevata potenza e scarso risultato, non è solo chi ha tanta forza e non fa il grado che ha un basso rendimento. Anche chi ( per esempio molte ragazze) ha poca forza ma non va mai al proprio limite.
Indipendentemente dalla forza, ha un basso rendimento chi molla alla prima difficoltà.

Quando cadono da una via con le braccia gonfie e ghisate, quelli che alleno mi scrivono una mail e mi dicono: devo allenare la resistenza mi manca la resistenza. in realtà la maggior parte delle volte si sono è acciaiati perché hanno scalato male, poco fluidi, e contraendo troppo i muscoli, anche quelli che non servono.

Quando non si riesce a fare un passaggio perché manca la forza molto spesso è perché tutta la forza si è dissipata perché si sono strette troppo le prese.

La strizza inibisce la tecnica, la forza, la resistenza, la capacità di lettura della roccia. la strizza ci fa diventare più pesanti.
Ma non è solo la strizza. C’è anche dell’altro. Anche chi non ha paura può avere un basso rendimento.

LE CAUSE

Siamo arrivati al cuore della questione.

Riprendiamo il filo del discorso:
I ricchi sono diventati sempre più ricchi.
I normali, invece, sono peggiorati.
Perché è diminuito, rispetto a prima, il rendimento.

Vediamo perché il rendimento è diminuito molto, negli ultimi anni.
Due motivi. Il primo strutturale, il secondo psicologico.

Quello strutturale: la veloce indorizzazzione. Senza neanche accorgercene, perché era divertente, ci si è discostati troppo dal reale gesto specifico.
Tanta gente, si allena tanto, ma in condizioni diverse da quelle reali. Diverse come impatto psicologico: ambiente rassicurante. Diverse a livello tecnico: sporgenze invece che rientranze. Diverse a livello propriocettivo: ci si abitua a stringere tutte le prese al massimo invece che tarare i propriocettori per modulare la stretta.
Insomma la scalata moderna, è, a mio avviso, l’attività ( o sport) che più di ogni altro, oggi contravviene al principio fondamentale dell’allenamento, il principio di specificità:

“Nessuna serie di esercizi generali, ausiliari ma neppure speciali potrà preparare l’atleta alle condizioni che troverà nella sua attività quanto l’esercizio stesso della sua attività "

cioè in altre parole, se vuoi diventare forte a boccette devi allenarti a boccette.

In qualunque altro sport ci si allena per l’80 per cento del tempo sul campo e, al massimo, il 20 per cento a secco.
La maggior parte degli scalatori iscritti alla Fasi scala il 80\90 per cento a secco e il 10 o20 per cento sul campo. Chi scala tanto scala 4 volte al mese, e si allena mediamente 3 volte a settimana.
Ok.Va bene. Si potrebbe pensare: piuttosto che niente. Male non fa, ed è divertente.
Si, è divertente, ed anche sano e completo. Ma è prorpio vero che “male non fa”? posto che l’obiettivo finale resti la roccia vera?
Il problema è che nel mondo della scalata indoor, quello che si fa su parete artificiale, soprattutto boulder, è molto simile ma al tempo stesso molto diverso, quindi può viziare.
Il problema non è che potrebbe essere inutile. Il problema è che potrebbe essere dannoso.
Se io pratico il tennis e, come attività complementare, vado in piscina a nuotare potrebbe non servirmi a nulla, oppure potrebbe essermi utile per il fiato, ma sicuramente non mi fa male. Ma se per allenare il tennis facessi per il 90 per cento del tempo Ping pong agonistico, mi potrebbe recare dei vizi. Abituo il polso a flettere troppo. Taro i miei recettori su una tempistica diversa etc.
Oppure, nel caso nostro, mi abituo a stringere le prese sempre al massimo, mi abituo ad avere il piede pesante, buttato sulle zanne di elefante che ho per i piedi.
Soprattutto mi abituo a non avere mai paura.

Quindi, prima causa del peggioramento del ceto medio: Noi ci alleniamo a ping pong ma vogliamo diventare forti a tennis.
Quindi prima causa, strutturale: allontanamento dal principio di specificità.

(A questo punto mi aspetto che qualcuno dal pubblico mi insulti dicendo: a biondo, ma te gestisci una grande sala indoor.. ok. Ma io non ho nulla contro il ping pong. È attività nobilissima e divertente, ha fatto avvicinare un sacco di gente a questa attività completa, fisica e mentale. L’importante è avere l’onestà di dire che si sta vendendo più che altro ping pong e non tennis.
Non è che queste cose io le dico qui in Sicilia perché a Roma non mi sentono. Le dico anche a Roma. Le scrivo e le pubblico.)

La seconda causa è più filosofica\psicologica: È cambiato profondamente l’approccio emotivo verso questa disciplina

Prima la scalata, anche quella sportiva, era una esperienza estetica, nel senso letterale di “sensazione”, dunque di vita, di bellezza romantica. Ora spesso è una esperienza an-estetica: una droga che serve per placare il dolore e il disagio della civiltà.
Prima serviva per accendere, era un sasso scagliato contro quel vetro opaco che spesso si poneva tra noi e la realtà. Era
“una scure con cui cerchiamo di scalfire gli oceani di ghiaccio dentro di noi”.
Se prima la scalata era una scure oggi più spesso è uno Xanax, preso proprio per stendere un velo gelato e opaco e farci sentire di meno. Gli allenamenti e il Pan Gullich sono il mantra che ci permette di scacciare i pensieri dalla nostra mente. Per questo approccio, ipercinetico, tossicodipendente dallo sforzo, gli allenamenti spesso non sono mirati e focalizzati. Ci alleniamo per allenarci, a 360 gradi, l’importante è fare fatica. Tanto impegno e fatica senza un vero schema, piuttosto che un piccolo, ma mirato focalizzato e continuativo impegno. Questa è un’altra delle principali cause del blocco, che non permette il passaggio di grado alla maggior parte dei “resinari”.
Per ottenere qualcosa bisogna faticare, non cè dubbio, è una legge della natura. Nulla è gratis. Il conto se non lo paghi prima lo paghi dopo. Ma non è detto che faticando faticando per forza si ottiene. Si può anche dissipare.
Se voglio ordinare una stanza devo metterci un piccolo mirato impegno e poi ne posso raccogliere i frutti.
Se fatico agitandomi a caso per la stanza spostando le cose, fatico ma non creo nessun ordine. Sto dissipando.
Quindi queste trasformazioni sia 1) allontanamento dal principio di specificità, che 2) allenamento come sfogo ci portano a dissipare. Pompo energia pompo energia ma arrivo poi ad un blocco che non supero. Se aumento la potenza di una macchina che è frenata arrivo ad un plafond che non si supera, indipendentemente da quanta energia ci butto dentro.
E’ per questo che tutti noi, chi più chi meno, abbiamo il problema del plafond. Arriviamo ad un nostro personale livello, e poi da li non ci schiodiamo più, sia che ci alleniamo tanto che se non lo facciamo.
Per superare il plafond, non dobbiamo agire (solo) pompando energia, ma levando i freni.
Per superare il plafond bisogna agire sul rendimento.

Questa nuova ipotesi di approccio metodologico utilizza i vecchi strumenti di allenamento ma con un cambiamento radicale di prospettiva. Un capovolgimento: non parto da una analisi della forza e resistenza, per proporre un piano per arrivare al risultato. Analizzo il risultato, lo confronto con le potenzialità ( il rapporto visto prima). A questo punto vedo quali sono i freni e cerco di eliminarli.
Non è che non si allenerà più la forza, anzi, si potrà allenare ancora di più, se parallelamente si cercheranno di oliare ed eliminare tutte le frizioni.

E questo servirà anche a chi scala già bene, perché non c’è limite al miglioramento se si aumenta il rendimento.
Serve ai giovanissimi perché cosí non si bruciano.
Serve ai vecchi, perché i vecchi ad un certo punto arrivano ad una soglia di forza che non si può più aumentare.
Togliendo freni si può ancora a migliorare.

ANALISI DEI FRENI, E IPOTESI METODOLOGICHE PER L’AUMENTO DEL RENDIMENTO
(continua)

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