I ragazzini improvvisavano slitte e bob di ogni tipo lanciandosi felici giù dalle discese.
Fu il primo ed unico evento meteorologico che vidi influenzare cosi tanto l’animo delle persone. La neve creava problemi pratici ma eravamo tutti contenti, come se fosse tornato babbo natale. Ancora oggi, dopo 25 anni, un’altra vera nevicata non si è più ripetuta, solo di tanto in tanto qualche spruzzata di neve bagnata.
Io avevo imparato a guidare la mia vecchia kadett coupè sulle strade spesso innevate dell’ Abbruzzo . Mi sentivo superiore alla massa di romani imbranati, e decisi di affrontare la città, guidando da Via Aventina, dove abitavo coi miei genitori, fino a Baldo Degli Ubaldi, dove stava la mia fidanzata.
Avevo appena compiuto 20 anni. Con la mia macchina ero già finito una volta in un lago, uscendo da una curva mentre io e il mio amico Luca percorrevamo, di notte a tutta velocità, la strada che costeggia la riva del lago di Scanno. Insomma avevo una certa esperienza, e poi sul tragitto che avrei dovuto percorrere quella mattina non c’erano scarpate con laghi sul fondo.
Indossai il maglione di lana grezza norvegese, la giacca a vento rossa Bergaus e un paio di pedule da montagna. In tasca avevo il cappelletto con pon pon e un paio di moffole di lana cotta.
Percorsi strade secondarie, perchè sia il Lungotevere che corso Vittorio erano bloccate dai numerosi autobus in panne. Riuscii ad arrivare da Simonetta dopo circa un ora e mezza. La chiamai al citofono, la feci scendere e andammo assieme a parcheggiare l’auto. Continuava a nevicare e il manto nevoso avrebbe poi raggiunto l’incredibile ( per Roma) altezza di 20 cm.
Rimanemmo a lungo dentro l’auto, in silenzio, a goderci la pace che trasmette la neve, lasciando che il mantello bianco ci seppellisse, che il nostro calore si condensasse sui finestrini, appannandoli. Era come se qualcuno avesse applicato un silenziatore alla città; Roma era stata presa e trasportata in blocco da qualche altra parte dello spazio e del tempo. Quando uscimmo dall’auto ormai era evidente che quella macchina, quel giorno, da li non si sarebbe più mossa. Ci rifugiammo a casa sua, dove la madre ci preparò un tè caldo, e passammo il pomeriggio a guardare la neve che cadeva lenta, come quella che cade in montagna. Prima del buio decisi di tornare a casa a piedi, attraversando la città come un esploratore d’inverno nella taiga siberiana.
Percorsi via Gregorio VII : sembrava una lunga e facile pista da sci che confluiva nel Tevere all’altezza di S. Pietro, come un grande fiume bianco. La neve aveva eliminato il traffico, la frenesia, aveva pulito l’aria dallo smog e le strade dal lordume; come segatura sulle macchie di grasso stava assorbendo la sporcizia della città. Stava ripulendo anche l’anima della gente, che si era fermata per un attimo, e si stava rilassando.
Arrivai al lungotevere con le scarpe ormai completamente bagnate e i piedi infreddoliti, ne percorsi un piccolo tratto fino a Regina Coeli, dove attraversai il ponte, finendo in Via Giulia. Qui ero di casa. C’era la mia scuola, il liceo classico Virgilio; un liceo un po’ da bamboccioni che avevo frequentato per cinque anni, in disparte, con discreto profitto ma covando già nel mio intimo il germe della follia per la scalata. Mi ero diplomato nell’ 83 ed ora, dopo appena un anno e mezzo, non vedevo né sentivo più nessuno dei miei ex compagni di scuola. A parte Simonetta, che era diventata la mia ragazza, prima e unica ragazza, gli altri mi erano scivolati via (e io a loro). Gli scalatori sarebbero stati i miei nuovi amici; con loro stavamo formando una tribù che ci avrebbe contenuto e protetto per molti anni a venire.
Via Giulia, stretta tra due fila di alti palazzi seicenteschi, si era riparata dalla bufera e poca neve aveva attecchito sui suoi sampietrini lucidi e neri. La percorsi fino a Campo De Fiori, poi attraversai il ghetto, Il Teatro Marcello e arrivai a casa attraversando a piedi il Circo massimo, che cosí imbiancato sembrava un lago ghiacciato.
L’indomani sarei dovuto andare a scalare con Stefano e appena arrivai a casa lo chiamai. Non c’era: era andato ad arrampicare.
Il Finocchi partiva con qualunque tempo, per quattro o cinque volte a settimana, se trovava qualcuno. In quel periodo non c’erano palestre attrezzate, e neanche travi o Pan Gullich. Non c’era Ferentillo e neppure Grotti. Non c’era il Grottone per quando pioveva. Noi andavamo solo Sperlonga. Poi, in rapida successione , arrivarono La Piccola gemma, Pietrasecca e tutte le altre falesie dove ci si affolla oggi. In quel periodo il Finocchi percorreva la via Pontina fino a Sperlonga come un pendolare che deve andare in fabbrica a timbrare il cartellino. Senza ipocrisie, senza far finta di fare qualcos’altro, lui scalava. Abitava con la famiglia in un grande appartamento a Primavalle. Il padre, commerciante di vini e spumanti, aveva fatto abbastanza soldi lavorando sodo, e ora permetteva al figlio di impegnarsi a fondo nell’attività in cui era bravo e che amava. Probabilmente voleva permettergli ciò che a lui non era stato permesso, e per questo gli dava una discreta paga mensile, quasi uno stipendio, per scalare e basta. C’era una specie di accordo tra i due: dopo dieci o dodici anni di scalata, il figlio si sarebbe messo a lavorare con lui a vendere Spumanti.
Stefano, al contrario di me, era estroverso, amichevole, disinibito; la sua vitale e frizzante energia ti accoglieva e ti metteva a tuo agio, ti faceva divertire, sempre, senza recitare ma semplicemente essendo se stesso. Piaceva a tutti, era una di quelle rare persone di cui potevi veramente godere la presenza come ad uno spettacolo di fuochi d’artificio. Lui e il Tantaillo erano i più simpatici di tutti, nel senso letterale del termine, e assieme erano irresistibili. Con il giusto accompagnamento Stefano poteva fare qualunque cosa, compreso un discreto numero di atti vandalici. Era l’unica persona che conoscessi ad avere una alimentazione più sregolata della mia, e nulla gli faceva schifo.
Tutti lo amavano. Tranne uno. Che invece lo odiava. Ma era un’altra questione. Era una questione di rivalità. Non si trattava di donne, ma erano pur sempre pulsioni darviniane e primordiali. Il controllo del territorio. E il territorio erano le pareti di scalata intorno a Roma: loro due tracciavano ogni settimana itinerari che dovevano essere sempre più duri di quello dell’altro, i chiodi che piantavano in parete erano come il piscio acre e acido dei felini in calore, servivano a marcare il loro territorio, i confini del loro regno. La tribù era appena nata, e già si erano formate due faide: da una parte il Finocchi, dall’altra il Dibbari. Io mi stavo formando nel mezzo. approfittando di quella rivalità, ma sempre rimanendo abbastanza nell’ombra, cominciavo a ripetere le loro vie più dure, da una parte e dall’altra. Loro aprivano nuove vie difficili, l’uno per superare l’altro, e io mi trovavo sempre nuovi progetti senza dovermi sporcare le mani piantando chiodi in parete. " è un lavoro da carpentiere", dicevo con la mia erre un poco moscia. Pur restando sempre dalla parte di Stefano, il Dibbari comunque mi accettava, non perché facessi il doppio gioco, ma perché a diciannove anni ero una persona assolutamente innocua, quasi autistica, e provare antipatia per me sarebbe stato come provare antipatia per un orsetto di peluches. Neppure quel cagnaccio di borgata del Dibba era capace di tanto.
A peggiorare le cose tra lui e il Finocchi c’era la differenza di status economico. Il Dibbari veniva dalla Pisana e sin da piccolo si era sempre dovuto fare il culo. Anche lui aspirava al professionismo nella scalata, ma per potersi pagare la benzina doveva arrabattarsi con qualche lavoro. Per lui, noialtri eravamo tutti figli di papà. E un po’ era vero.
Ignazio, anche se non aveva mai una lira,- " a Jo me so sbajjato, non c’ho i soldi per la benza" – abitava in un grande appartamento al centro, il padre ( il “tutore” come lo chiamava lui) era un dirigente della rai, la madre una “bossetta” alle belle arti. Bibo e il Tozzo venivano da Corso trieste, Io dall’Aventino.
Tutto l’ambiente del CAI, dove ognuno di noi aveva cominciato, era impregnato di ricchi professionisti e intellettuali di sinistra, comunisti con la villa a Capalbio e a Cortina.
Molta della sua grinta, quando scalava, il Dibbari la tirava fuori da lí, da quella tensione di classe.
Anche lui, in quanto a carisma, energia e simpatia, non era inferiore né al Finocchi né al Tantaillo.Il Dibba era Ipercinetico, quasi schizzato ma sensibile, a modo suo spirituale e un po’ filosofo. Era spinto da un fuoco che gli ardeva dentro e che non riusciva a sopire. Quando scalava dava sempre il massimo, con quel suo stile di scalata scattoso, un piede puntato e l’altro sempre un po’ a ravanare, anticipava quella che sarebbe stata la tecnica moderna, meno elegante ed effeminata, ma più efficace. Il Finocchi era il tipico scalatore anni ottanta, sempre appiccicato alla parete come una ranocchia, sullo stile di Patrick Edlinger e di Manolo. Il Dibba, invece, se poteva i piedi neppure li poggiava, sostenendo che cosí si faceva meno fatica. Contava il risultato finale, chiudere la via, in un modo o nell’altro: le spaccate e gli sculettamenti andavano bene per i ballerini frocetti.
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oltre un anno fa
L' hai chiamata la neve a Roma!!