Tecnica. Il campionario degli errori, seconda parte.

Scritto da Jolly Lamberti il 19-09-2016 in Allenamento
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L’anca rigida.
La tecnica, oltre che da particolari intuizioni istintive, scaturisce da considerazioni biomeccaniche e fisiche: il laterale e il bilanciamento altro non sono che una compensazione del momento meccanico e del momento di inerzia (con quanta forza “sbandieriamo”); l’attrito del piede in aderenza dipende dalla componente del vettore perpendicolare al pendio; la “ravanata” è inefficace per la ragione, fisica anche questa, della notevole inferiorità del l’attrito dinamico rispetto a quello statico.
Anche per quanto riguarda l’anca, partiamo dunque da semplici considerazioni biomeccaniche, per poter giungere a considerazioni pratiche, di sicuro effetto sulla performance.
Grossolanamente parleremo di anca, ma intenderemo la articolazione coxo femorale.

Il corpo umano ha più di 300 articolazioni ma solo poche di queste sono veramente mobili in tutte le direzioni: l’anca è una di queste, e permette di effettuare movimenti di rotazione, flessione, estensione, adduzione e abduzione. Una giunzione perfetta che permette il massimo della mobilità, perché è formata da una specie di sfera (la testa del femore) che si muove dentro una concavità, sempre sferica e lubrificata.
Atavici (e per noi, ormai, erronei) meccanismi di conservazione (mentali) fanno sì che la maggior parte degli scalatori abbia la tendenza, istintiva e automatica, a mantenere molto rigida questa articolazione.
Come se, inconsciamente, mantenere un piccolo range di movimento possa preservarci e proteggerci, facendoci evitare (il più delle volte inconsapevolmente) il tanto temuto punto di non ritorno. Teniamo presente che la maggior parte degli errori tecnici principali scaturiscono da questo problema mentale: la paura di lasciarsi andare e di superare il punto di non ritorno.
La rigidità della articolazione dell’anca si trasmette a tutto il resto del corpo, provocando altri errori che conducono velocemente verso un tipo di scalata legnosa, poco fluida, poco efficace e “acciaiante”.
Per capire quali siano nel dettaglio tali errori e come risolverli partiamo, come al solito, dalla “sensazione”. L’anca è una parte di noi e dobbiamo essere in grado di sentirla come tale.
Più o meno tutti sono in grado di percepire il movimento di questa articolazione quando alziamo una gamba oppure, per esempio, simuliamo un calcio frontale o laterale o una circonduzione tipo quelle che fanno le ballerine che si esercitano alla barra.
Quello che deve saper fare lo scalatore è sentire e esasperare il movimento dell’anca quando il piede non è ancora sollevato.
Sentire e muovere le anche (prima di sollevare il piede) nei tre assi di movimento fondamentali:
A) Asse trasversale, piano frontale. Su un piano parallelo a quello della parete. E’ quello più semplice da sentire: siamo in fila alla posta e dopo un po’ spostiamo tutto il peso a sinistra. Si crea un angolo tra tronco e gamba, il cui vertice è la testa del femore. Questo è uno degli spostamenti fondamentali nella scalata: se devo accentuare una alzata di gamba frontale, prima devo esagerare lo “sculettamento” dalla parte opposta. Poco movimento dell’anca sul piano frontale (destra-sinistra) fa derivare numerosi difetti tecnici e conduce inevitabilmente verso una scalata legnosa:
1) la classica “zampata” è sempre conseguenza della rigidità dell’anca, e pertanto va corretta focalizzando l’attenzione sul movimento di bacino
2) La difficoltà di alzare il piede destro frontalmente dipende dal fatto che non si sia fatta sporgere abbastanza a sinistra l’anca opposta.
B) Asse antero posteriore, piano Sagittale: davanti dietro. Per intenderci, uno “sculettamento” fuori-dentro che simula il movimento del coito. Questo è uno degli spostamenti fondamentali nella scalata: fuori prima di alzare i piedi, dentro mentre devo allungarmi con le mani. Poco movimento di bacino sull’asse antero-posteriore (fuori-dentro) fa derivare numerosi difetti tecnici e conduce inevitabilmente verso una scalata legnosa:
1) se non si allontana un poco il bacino in fuori quando si spostano i piedi, la componente perpendicolare della forza impressa dalla scarpa sull’appoggio sarà quasi nulla, con conseguente perdita di attrito e di spinta.
2) il campo visivo inferiore sarà fortemente limitato.
3) Ci sarà poco spazio a disposizione per permettere alla gamba di “entrare” al centro o in laterale.
C) Asse verticale, piano longitudinale: la rotazione del bacino che si “avvita e svita”, come se stessi sciando. Fondamentale nel laterale, nella lo-lotte, ma, come vedremo, anche nel frontale. Una insufficiente rotazione del bacino fa derivare numerosi difetti tecnici e conduce inevitabilmente verso una scalata legnosa:
1) In tutti i movimenti laterali la rotazione deve partire dell’anca e va esasperata, altrimenti il risultato sarà un laterale poco efficiente.
2) In pochi sanno che una leggera torsione del bacino (in senso anti-orario se si carica il piede destro, in senso orario se si carica il piede sinistro) fa aumentare la spinta del piede anche se il piede è caricato frontalmente di alluce interno.
D) Circonduzione: l’insieme combinato di tutti i tipi di rotazione. Come sempre, per comodità di analisi e di spiegazione, i singoli movimenti vengono isolati e scissi. Nella realtà, invece, molte volte accadono in maniera sinergica e quasi contemporanea e, come in un orchestra ben diretta, il movimento appare unico, pulito e non la somma di varie parti. Il movimento del bacino, nella scalata, è fluido, lubrificato, sexy: se sciogliamo questa rigidità, automaticamente la maggior parte dei difetti tecnici che portavano a una scalata legnosa scompariranno.

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