Le farfalle nella pancia

Scritto da Jolly Lamberti il 03-09-2017 in Opinioni di un climber
Img 1964

Abituati alla paura, e sarai sempre all’erta, come un cervo che attraversa la radura. (Mike Tyson)
Nella scalata, come nella vita, la paura, raramente ci salva, più spesso ci limita. Affrontare la paura (e cercare di superarla) rimane ancora oggi una delle principali attrattive della scalata e molti di noi, anche inconsapevolmente, praticano questa disciplina come esercizio spirituale.
Non è per eliminarne i sintomi spiacevoli, che si affronta la paura.
Le farfalle nella pancia, le mani fredde e bagnate, gli sbadigli senza sonno, i tremori, il cuore in gola, l’urina bianca e frequente, i fantasmi dei pensieri interferenti, la fretta disattenta, gli alibi, le scuse, i rituali, tutto questo, probabilmente, rimarrà.
Se dobbiamo affrontare la paura, è perché essa restringe il nostro campo di gioco.

Chi non si lascia intimidire aumenta le probabilità che gli si presentino buone occasioni. Chi ha paura perde i treni, non si espone a quella che gli americani chiamano Serendipity: se affronto una situazione, magari non la risolvo, ma mi espongo a altre occasioni, che aprono altre porte, non cercate, ma accolte, che a loro volta sono cariche di possibilità positive. In questo modo, il livello di esposizione alle buone occasioni cresce in maniera esponenziale.
La paura, al contrario, disintegra la Serendipity come cristalli di neve al sole. Ogni volta che evitiamo ciò che temiamo, una crosta sempre più spessa si forma tra noi e le infinite stazioni nelle quali transitano i treni del nostro essere vitali.
Se rimaniamo rinchiusi nel nostro guscio di noce, fuori il giardino delle nostre occasioni perdute diventerà sempre più grande.
Per questo non ci dobbiamo fare intimidire: non per evitare le farfalle nello stomaco, che io, peraltro, amo.
Nell’uomo agire sull’ hardware è molto più facile che agire sul software .
Immaginate un vecchio vinile sul quale siano incise le nostre paure, il nostro carattere, i nostri disturbi.
Immaginate quanto potrebbe essere difficile volerlo modificare solo con la forza della mente.
Il condizionamento fisico, invece, è cosa banale da fare.
I nostri muscoli crescono, le cartilagini si fortificano, la pelle si indurisce e i tendini si allungano.
Se il condizionamento mentale è impresa così ardua, forse è perché l’evoluzione ha preferito selezionare una psiche solida e non facilmente malleabile.
Dunque è difficile, ma non impossibile.
Pochi di noi mettono nell’allenamento mentale la stessa dedizione con la quale si impegnano nel condizionamento fisico.
Ma è proprio il software, anche se incorporeo, a determinare l’ efficenza dell’hardware.
Motivazione, paure, lasciarsi andare, andare al limite e non mollare, non farsi disturbare, restare calmi, forti, attenti, veloci ma senza fretta, carichi ma senza agitazione, senza interferenze, con il movimento pulito, controllato in automatico, fluido. Non lasciarsi intimidire dalla parete, dal grado, da quello che pensa la gente.
Uno degli strumenti che abbiamo per incidere il nostro disco rigido è l’abitudine.
L’abitudine, come una goccia d’acqua che senza sosta cade su un granito, fino a scavarlo, può riscrivere quel solco, fino a modificare il nostro software.
L’abitudine ci scava dentro. Ma, come la goccia d’acqua, ha bisogno di tempo, dedizione e moltissime pedanti ripetizioni.
Cose ovvie? Manca la risposta, la soluzione? Forse.
Ma la consapevolezza che molti dei baci mai dati, delle occasioni perdute, delle glorie non ricevute, dei sogni infranti, delle vette mai raggiunte, sono svaniti per colpa di quel mostro – che spesso non è neppure reale, e si ciba solo di se stesso – può bastare a farci coraggio.

Commenti degli utenti

Beppe Cammarata
04 Set 2017

Molto bello e profondamente vero. Grazie Jolly

Per inserire un commento devi registrarti sul sito.