Decadenza II
Scritto da Jolly Lamberti il 23-09-2008 in Storie vere

Qualcuno la chiama decadenza. Ma forse è più corretto dire mutazione; e una mutazione, agli occhi di chi ha vissuto il periodo precedente, spesso appare come una cosa brutta.Fatto sta che la scalata sta cambiando di colpo.

Prima la scalata, anche quella sportiva, era una esperienza estetica, nel senso letterale di “sensazione”, dunque di vita, di bellezza romantica. Ora spesso è una esperienza an-estetica: una droga che serve per placare il dolore e il disagio della civiltà.

Prima serviva per accendere, era un sasso scagliato contro quel vetro opaco che spesso si poneva tra noi e la realtà. Era come la letteratura per Kafka: “una scure con cui cerchiamo di scalfire gli oceani di ghiaccio dentro di noi”. Ora talvolta è uno Xanax,  preso proprio per stendere un velo gelato e opaco e farci sentire di meno: ci buttiamo nella pedante ripetizione di esercizi per non rimanere soli a sentire il rumore delle nostre angosce. Le vie di scalata e il Pan Gullich sono il mantra che ci permette di scacciare i pensieri dalla nostra mente.La scalata moderna è come la droga. E’ desiderio puro, perfetto, assoluto. Perché il desiderio è negazione, è tendere verso qualcosa che non si ha e non si può raggiungere (chi desidera una cosa che già possiede?). E la scalata non sazia mai perché con essa non si raggiunge mai nulla. Non c’è più una cima o una vittoria ma solo un limite che è dentro noi stessi, e per questo irraggiungibile. De-siderare letteralmente vuol dire  tendere verso le stelle (lat. sidera), e i nostri limiti e le nostre paure, come le stelle, non si raggiungeranno mai. L’arrampicata, come la droga non sazia mai, non raggiunge mai nulla, è un amore senza speranza e per questo perfetto, è il frutto di una conoscenza sempre parziale e mai completa, è un prurito che più lo gratti e più ti rode, un coito interrotto all’infinito.La scalata moderna, a differenza di quella pre-anni novanta, è sempre meno reale.La morte, il pericolo, l’avventura, la riuscita o la sconfitta ci sono ancora ma ad un livello trasceso e simbolico. La scalata di oggi è una tridimensionale e ben disegnata playstation, è come scoparsi un Avatar su Second  Life o farsi una sega su pornotube: una esperienza fittizia che non ce la fa a scaricare la pulsante energia della nostra mente primordiale. O meglio, ce la fa solo in parte, perché è una esperienza che si svuota man mano che viene riempita, e qui sta la sua potenza, come dicevo prima, in termini di de-siderio: ci offre la vista delle stelle che non potremo mai raggiungere. E’ per questo che, come la droga, la scalata è perfetta. Perché è vuoto, è mancanza, è qualcosa che non si possiede né si raggiunge mai del tutto, come un assetato che sogna di bere ma in sogno non si può mai dissetare. E’ desiderio perfetto. E il piacere, come nella droga, assume solo la forma negativa: far tacere, per un po’, l’irrefrenabile impulso. Come per il drogato il piacere consiste nel non sentire (an-estesia) per un po’, il dolore per la mancanza della Sostanza.Ma c’è un altro motivo per cui la scalata moderna è cosí attraente negli anni 2000: essa  permette una fuga senza dover rischiare quasi nulla. E tutti noi desideriamo spesso ciò di cui abbiamo paura. Ma non abbiamo il coraggio di farlo. Desideriamo infrangere gli schemi, ma le norme e gli schemi infrangono questo nostro desiderio. Ed ecco che la scalata moderna ci offre una (pseudo) soluzione per questo nostro corto-circuito interno. Con la sua ultrasicurezza, i suoi spit sempre più solidi e ravvicinati, le sue vie sempre più lineari, marcate, pulite, asettiche, le falesie sempre più simili a palestre indoor e mai viceversa. L’arrampicata di oggi permette a tutti di provare un vero brivido per un finto pericolo; permette a chi non è coraggioso di fare una cosa da coraggiosi. Il pavido è attratto dalla scalata moderna proprio perché essa offre a buon mercato un pericolo da Luna Park; una soluzione al nostro nevrotizzante conflitto interiore tra il  voler infrangere la norma, voler fare qualcosa di “eroico”, fuori dagli schemi e avventuroso e la nostra incapacità di farlo. Tra la voglia di mollare tutto, di fuggire, di mandare affanculo il capo, di agire d’istinto, di essere naturale e selvaggio e la mancanza di palle per fare tutto questo.La scalata non è più Sturm und Drang ma ne è ancora travestita, grazie alle vestigia di quello che fu.Adesso è sport comune, quasi di massa. Il grado è diventato commerciale. E’ diventato morbido, e i giovani sono diventati molto più forti. Queste due cose sommate assieme hanno generato realizzazioni cosi incredibili da creare inflazione. Il top climber pensava che non facendo lo schizzinoso sui gradi avrebbe accumulato più crediti, senza prevedere che, invece, questo avrebbe provocato assuefazione. Si stava facendo ricco di una moneta che diventava sempre più debole. Fino a generare un paradosso: alcuni di colpo sono diventati veramente tanto forti e i gradi veramente tanto laschi che la gente si è cosi assuefatta ai numeri da non farsi impressionare più neanche quando fanno una via dura veramente. Chissenefrega se tizio a fatto l’ennesimo 9° in Spagna. Fico invece Sharma che sale un arco incredibile di roccia in mezzo al mare oppure una via con due lanci mostruosi.

Commenti

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oltre 3 anni fa
Matteo ha scritto

Niente di più vero.
I momenti mentre mi arrampico sono gli unici in cui realmente riesco ad ignorarmi.

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circa 3 anni fa
anna ha scritto

Nel leggere quello che hai scritto m trasmetti sensazioni negative sull'arrampicata. Se fossi una che non pratica questo sport, rischierei di credere che è esattamente come dici. Quando arrampico invece mi sento sempre appagata e contenta. E quando trscorro le giornate in falesia, anche se scalo su vie facili, non libero vie, torno sempre a casa contenta per aver raggiunto quel giorno cio che desideravo. Questo è niente rispetto a quello che vorrei dire. Ma qui è difficile.

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circa 3 anni fa
jolly ha scritto

perdonami se ti ho trasmesso quelle sensazioni. ho cercato di fare il contrario per tutta la mia vita, di trasmettere a centinaia di allievi la bellezza e la potenza di questa cosa. che ci sia un chiaroscuro è necessario per ogni cosa sublime. sarebbe noioso e poco appassionante vivere senza emozioni pur anche quelle negative. da quando sono piccolo vivo di e per la scalata. Vorrei sapere le tue impressioni in maniera piu estesa, visto che dici che avresti molto altro da dire, e se questa non fosse la sede puoi scrivermi direttamente su jollypower@libero.it oppure parlarmi. Grazie ancora per il tuo intervento
Jolly

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circa 3 anni fa
Paola ha scritto

Caro Jolly, ho letto un po' dappertutto, forse mi manca solo di approfondire la "visione" del sacro database delle "infinite" vie nomenclate nella specifica sezione.
A me i prodotti scritti dei tuoi percorsi mentali rivelano alla perfezione la natura e il genere della sorgente che li ha originati: un cervello da maschietto. Posto dentro un individuo maschio. Non c'è da ingannarsi, quello che si legge non ha tanto a che fare con un bagaglio di fattori culturali e inoltre di vissuti della "classe sportiva" di appartenenza (l'arrampicata), quanto con il vero, inconfondibile e ripetibile a oltranza genere e universo maschile. Il 99,999 % dei maschi – inclusi maschi gay, maschi trans, maschi bisex – esprime ragionamenti legati alla dipendenza ormonale che qualifica la sua natura e il suo genere, quindi al vuoto, all'autoesibizione, al picco mai raggiunto nel volo e nel lavoro che del volo stesso è premessa, all'insoddisfazione e all'aggressività da essa scaturita e non di rado per niente sublimata, al desiderio del coito sospeso all'infinito, all'elevazione-crollo del proprio organo sessuale, alla ricerca ininterrotta, spasmodica e parassitaria di "ospiti" – sia uno scenario elettivo (o naturalistico o artistico o sportivo), sia un'altra persona (o amante o compagno/a) - in cui ri-confermarsi e ri-trovarsi. L'amore perfetto di cui parli è, filosoficamente e realisticamente parlando, totalmente inautentico e in conflitto con l'etimologia stessa della parola. E non c'è nemmeno bisogno di scomodare Dante o Alberoni o Madre Teresa di Calcutta per avere qualche perplessità.

Quanto all'arrampicata, nonostante l'avvento di veri e propri esempi al femminile, non c'è pericolo che vadano in crisi un modello di prestazione e un modello di epopea (le origini elitarie che rimpiangi, non erano frequentate quasi esclusivamente da voi uomini?) di inconfondibile marca maschile. Lo so, è il solito stereotipo ri-proposto senza nemmeno una ri-verniciatina a lucido qui, in questo spazio, e cosí non fa storia né testo. Tuttavia la risposta di Anna è cosí disarmante, nuda e nitida da non ammettere scarti di messa a fuoco. Se non sei riuscito a comprenderla, al punto di sollecitare un confronto più diretto con lei, sarà davvero per la sua difficoltà (peraltro da lei genuinamente dichiarata) a esprimersi meglio in questo spazio?

Riguardo agli altri tuoi articoli, ti consiglio di ri-leggere Cartesio e di ri-considerare la portata del suo pensiero presente in diverse scuole di psicologia contemporanea. E inoltre di non dimenticare un precursore davvero aracaico degli studi della corrente psicologia (quelli di cui ti servi) come Agostino da Ippona.
Scusa la schiettezza della mia lettura di ciò che scrivi e racconti. Comunque sta' tranquillo, non faccio assolutamente testo.

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circa 3 anni fa
jolly ha scritto

Cara Paola,
assolutamente fai testo, anzi sono onorato che un testo cosi preciso ed educato venga ospitato dal mio piccolo blog. E' una piccola chicca, la raffinatezza con cui mi volgi le tue critiche, il tono appena celato con cui mi prendi per il culo e mi affondi la stoccata finale, sostenendo di fatto la mia pretenziosità, il mio ( anche se modestamente lo riferisci a te..geniale!) utilizzo di vecchi stereotipi, e addirittura la mia durezza di comprendonio se non riesco a capire Anna; tutto questo senza comunicare con la barbara pochezza di un forumista che ormai ha dimenticato la scrittura, ma esprimendoti come una erudita apologeta della università gregoriana , mascherando le punzecchiate sotto un leggero manto di sofisticatezza, riproponendo i miei piccoli peccati di presunzione con fare ironico ( ri-proponendo..). Vedi che il tuo esprimerti si ricollega in qualche modo al concetto di decadenza, di cui la scalata ( è quello che tento presuntuosamente di dire) è microcosmo e modello in piccolo? Tu e il tuo modo di comunicare, che va in profondità con eleganza, si contrappone alla superficiale e vacua ricerca di spettacolarità del comunicatore chattatore.
Sono d'accordo sulla differenza di generi e credo di rientrare in quel 99,9 percento. E sono contento che di fatto cosi mi autorizzi, rivoltando la frittata, a considerare molti comportamenti e percorsi mentali come tipicamente femminili, cosa di cui invece spesso sono criticato.
Forse differisco dalla maggior parte dei maschi almeno per una cosa: Ho imparato a dubitare, io per primo, delle mie teorie e delle mie idee, a non cercare sempre conferme, perché quelle si trovano per forza, ma falsificazioni. Non cerco sempre di avere ragione, anzi, per prima cosa cerco di pormi empaticamente nella ragione dell'altro. Cominciando con " e se io avessi torto?" invece che " io ho ragione, quali prove a conferma posso trovare?". Concedimi che sono pochi gli uomini ( e purtroppo anche le donne) che tentano un simile approccio. Ignoramus et ignorabimus. Basta riconoscerlo e già questo può essere un aiuto metodologico.
Per quanto riguarda l'amore, mi sono espresso male, quello che chiamavo "desiderio perfetto", quello, non è amore sono d'accordo con te. Innamoramento forse. Non credo più, come dice Neruda " che conosce il vero amore solo chi ama senza speranza". Quello è solo innamoramento. E' il desiderio quella cosa che, come dice Mann " è sempre frutto di una conoscenza parziale". L'amore è, al contrario, conoscenza, addirittura, come sosteneva Leopardi, abitudine. L'innamoramento è uno stato di perenne insoddisfazione, una tela vuota che necessita la non conoscenza e la non raggiungibilità per poterci dipingere sopra il nostro film. Ma non è amore. E con questo siamo d'accordo con Alberoni. Madre Teresa non la conosco, ma di Dante non mi fido più, perché troppe volte l'esperienza mi ha ( ci ha) dimostrato che non è vero che "Amor, ch'a nullo amato amar perdona".
Accetto volentieri il tuo consiglio di trovare il tempo per andarmi a rileggere Cartesio e a leggere Sant'Agostino.
Grazie inoltre per esserti presa la briga di leggere tutti i miei percorsi mentali, questo mi inorgoglisce perché se fossero stati troppo rozzi, una sensibilità raffinata come la tua non sarebbe neppure giunta in fondo, né si sarebbe degnata di farmi e farci entrare nel suo elegante salotto virtuale scrivendoci questo commento.
Senza alcuna ironia
Jolly

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