La paura del volo

Scritto da Jolly Lamberti il 10-03-2009 in Psicologia

 
Per superare la paura del volo bisognerebbe lavorare su due punti:

1. Tecnico: imparare a tenere e a farsi tenere bene; imparare a cadere. Se la caduta avviene in maniera morbida e senza conseguenze, dopo un po’ di “voli” la caduta può risultare quasi normale o addirittura divertente. Se la sicura è sbagliata, può innescare successive paure.

2. Cognitivo: eliminare i meccanismi interni che fanno fuggire il problema. Il continuo evitamento amplifica e cronicizza. Bisogna creare un innesco che permetta di interrompere il circolo vizioso, bisogna quindi evitare l’evitamento.

Pensare di non essere gli unici.
Prima di cominciare ad analizzare il problema è importante dire che la paura di cadere è normale, anzi è sana, deve esserci e comunque eliminarla del tutto sarebbe impossibile. Solo quando è eccessiva limita la prestazione. Ma anche quando e’ eccessiva, è cosa frequente e comune. La paura di cadere invece viene vissuta come una esperienza eccezionale, che “capita solo a me”. Da anni sono assillato da moltissimi allievi, ognuno dei quali pensa di essere l’unico al mondo a percepire tali negative e limitanti emozioni e parla solo di quello. Un po’ come alcune donne che hanno appena partorito, che pensano di vivere una situazione eccezionale, quando stanno vivendo quella che forse è la cosa meno eccezionale del mondo: il sogno di ogni cellula è di diventare due cellule, e se c’è una cosa che dovrebbe essere  facile e naturale in tutti gli esseri viventi è proprio la riproduzione della specie. E la sua conservazione, come nel nostro caso. Questa presunzione di unicità non aiuta a risolvere il problema ma lo rafforza, creando uno stress aggiuntivo. Pensate di essere in buona compagnia, e già questo sarà un piccolo passo in avanti. Anche chi pensa di soffrirne in maniera patologica sappia che persino quelli che sono veramente e fortemente bloccati dall’ansia sono tanti.

Le emozioni servono, ma non devono prendere il sopravvento.
La paura di cadere è una emozione. Le emozioni sono importanti e non sono affatto scollegate dalla parte razionale. Cartesio pensava che occupassero una parte marginale della sfera mentale, che la parte razionale fosse quella più importante, e che questa potesse funzionare meglio senza l’influenza emotiva. Cartesio si sbagliava su questo. Ragione ed emozione funzionano assieme, in maniera collegata e sinergica, cosi come mente e corpo.

Ragione ed emozione sono oggi considerate dalla maggior parte degli scienziati come un tutto unico, anche se geograficamente localizzate in posti diversi del cervello. Le emozioni  aiutano la parte razionale a marcare ed evidenziare in diversi modi le cose che ci accadono, permettono di poter restare attenti e vigili, di attivare il nostro corpo al punto giusto e molto altro. Togliendo le emozioni non funzionerebbe bene neppure la parte razionale. Togliendo le emozioni, anche quelle negative, la vita non sarebbe degna di essere vissuta.

Se superano una certa soglia però possono bloccare tutto il sistema. Per capire perché questo accada cerchiamo di capire quale sia la differenza tra paura ed ansia, spesso usate come sinonimi.

Paura ed ansia.
Ci sono delle emozioni che non dipendono da dove siamo nati nè da come siamo stati educati ma scattano quasi in automatico. Queste sono le cosiddette emozioni primarie: di colpo ci si presenta davanti un leone e noi scappiamo; si rompe un appiglio e cado nel vuoto, lo stomaco si stringe; prendo in mano un ragno schifoso e provo disgusto. Uno svizzero o un eschimese avrebbero reazioni simili, il loro volto assumerebbe in automatico la stessa maschera. La paura è una emozione primaria sana e utile. Quello che proviamo quando scaliamo, il più delle volte, è ansia.

L’ansia è una emozione secondaria, cioè una di quelle emozioni che maturano nel cervello, che necessitano di consapevolezza, di ideazione e immaginazione; dipendono dall’educazione, dagli stimoli che abbiamo avuto. L’ansia è legata a problemi tipo voler riuscire a tutti i costi, essere molto esigenti con se stessi, bassa autostima, timore di mostrarsi inadeguati.

Nella paura il pericolo è all’esterno. Nell’ansia il pericolo è all’interno, dentro di noi. La paura è un campanello d’allarme che ci attiva verso il pericolo vero, come una sirena antifurto che ci avvisa che stanno arrivando i ladri. Nell’ansia invece il problema è la sirena stessa.

Nell’ansia si temono i sintomi stessi dell’ansia, si innesca un tremendo circolo vizioso in cui si può anche temere di rimanere uccisi (come per la paura del leone), ma uccisi dalla paura stessa, di soffocare, d’infarto, di vergogna.

Insomma i fantasmi sono dentro di noi e le paure immaginate possono essere molto peggio delle paure reali. A farla breve, l’ansia scaturisce dalle nostre sovrastrutture mentali, la paura, invece, e la reazione alla paura, precede la consapevolezza e il ragionamento.

Uno dei vantaggi dell’ansia, a differenza della paura, è che ci permette di anticipare il pericolo, proprio perché “ragionata”. Noi possiamo immaginare, dunque prevedere, rimanere vigili e all’erta in situazioni di potenziale pericolo. Come al solito questi vantaggi, se si supera una certa soglia, si trasformano in disastrosi svantaggi. Se questa “anticipazione” diventa eccessiva tutto il sistema si blocca: le paure immaginate e attese possono essere molto più terrificanti di quelle reali.

Tutto questo per dire che il problema è più all’interno che all’esterno. E’ nella nostra testa.

In molte persone il problema si è cronicizzato grazie al meccanismo dell’evitamento. Ogni volta che evitiamo un problema e non lo affrontiamo, questo si ingrandisce un poco, come una piccola valanga che rotola a valle, diventando sempre più grande man mano che scende. Se si vuole veramente superare una paura, la peggior cosa è evitare.

Soluzioni.
Evitare l’evitamento.
Quindi l’unica vera soluzione è affrontare il problema. La medicina è questa. Ma quello che è difficile da determinare è il dosaggio. Deve essere somministrata poco per volta, in maniera morbida, gradevole, capendo che è sicuro, che i materiali tengono, quanto tengono, perché tengono. Un dosaggio eccessivo potrebbe portare al risultato opposto. Il dosaggio giusto cambia da persona a persona. Per alcuni potrebbe  anche essere utile  una terapia d’urto, ma per la maggior parte delle persone no.

Fare tante vie facili da primi, fare voletti corti, morbidi e controllati da una persona affidabile ed esperta nella sicura morbida, su vie dove non si rischia assolutamente nulla.

No alle troppe parole e agli incitamenti.

Le persone che stanno intorno, la maggior parte delle volte non capiscono il problema, o ne colgono solo il lato razionale; pensano “deve lasciarsi andare di mezzo metro, che ci vuole”. Queste persone invece dovrebbero tacere. C’è un detto latino che recita: “Taci, oppure dí qualcosa che sia migliore del silenzio” (prevengo una vostra obiezione: tutto quello che scrivo che potrebbe, con molte probabilità, non essere migliore del silenzio. Il detto non vale però allo stesso modo per le parole scritte, perchè  posso decidere di non leggerle, mentre sono obbligato ad ascoltare ogni cazzata mi viene detta).

Quando sto in parete sento tutto, anche se non voglio sentire. Le mie orecchie vengono di continuo violentate dalle onde sonore inarrestabili del vostro cicaleccio. Dunque tacciamo, se non siamo sicuri di dire qualcosa che sia meglio del silenzio.

Sono assolutamente inutili frasi di incoraggiamento generiche tipo “stai tranquillo” o “non è nulla”. E’ meglio infondere tranquillità con i modi, lo sguardo, l’atteggiamento;  ma pochi ne sono capaci, perchè in pochi hanno questa dote.

Non volerlo troppo.
Volere tanto una cosa, essere fortemente motivati, arrabbiarsi se non la si ottiene, può essere d’aiuto per il raggiungimento di qualcosa. Se questo qualcosa non è uno stato mentale. Se voglio con tutte le mie forze scalare una montagna, o una parete, probabilmente, se lo voglio veramente, prima o poi riuscirò a salirla. Al contrario, se mi sforzo di essere tranquillo, e mi arrabbio perché non ci riesco, non riuscirò mai a rilassarmi. Allo stesso modo, se soffro di insonnia, più mi sforzo per addormentarmi e  meno mi addormenterò. Se il mio obiettivo principale è adoperarmi per essere felice, se rivolgo tutti i miei sforzi verso me stesso, probabilmente più che felice diventerò un nevrotico. La maggior parte delle volte, uno stato mentale non lo si può raggiungere con uno sforzo continuo e duraturo (cosa che, al contrario, è necessaria per il raggiungimento di risultati concreti, come i soldi, o finire gli studi, o scalare una parete), proprio perché questo sforzo crea una sovrastruttura mentale aggiuntiva (stress) che, alle volte anche inconsciamente, lavora nella direzione opposta a quella che si vorrebbe percorrere. La tensione dovuta al voler raggiungere a tutti i costi uno stato mentale, rema nella direzione contraria a quella dove vorremmo andare. Allo stesso modo remano contro tutte le emozioni negative che si associano a questa eccessiva tensione nel voler raggiungere un “obiettivo mentale”, come ad esempio la rabbia quando non si riesce, la delusione, il senso di spossatezza psichico, il nervosismo, l’adrenalina,  il testosterone e il " volere è potere". Tutte cose che possono aiutare un avvocato rampante che vuole diventare ricco o un alpinista che vuole scalare l’Everest. Ma non chi vuole essere soltanto tranquillo. 

Capite come si cade facilmente nel paradosso, quando si ricerca con tutta la forza possibile un stato mentale? Sarebbe come dire: “mi sforzo di non fare sforzo”. Ma se mi sforzo come faccio a non farne, di sforzo?

Bisogna aspettarlo, lo stato mentale positivo, in una sorte di calma attesa, dolcemente, senza fatica, sapendolo riconoscere e cogliere. E trattenere. Avendo in precedenza costruito le condizioni per cui possa arrivare. 

Nel momento dell’azione non pensare e non esitare.
Il vuoto mentale.
E’ lo stato, transitorio e temporaneo, nel quale non intervengono pensieri interferenti e non c’è dialogo interiore: il nostro io razionale è sopito, non valuta, non si crea aspettative. In un piacevole abbandono si sono rotti i ponti con il passato e il futuro, si vive solo l’istante, nel “qui ed ora”. Non si tratta  però di vuoto passivo; infatti, nel momento in cui l’io razionale si assopisce e gli viene negata la sua continua ed assillante volontà di controllo su tutto (che comunque non riuscirebbe ad avere…), si aprono e diventano più efficienti altri canali, sensoriali, potenti e spontanei che ci permettono di entrare in sintonia con l’ambiente dando modo al nostro corpo di sprigionare fluidità energetica. Non si tratta, peraltro, neppure di uno stato di assenza o distrazione ma, anzi, di lucida presenza; non ci si identifica con quello che sta avvenendo ma se ne è “attraversati”.

Per ottenere questo stato mentale c’è bisogno di allenamento e anche di un certo consumo di energia, ma questo non vuol dire che debba avvenire con un certo “sforzo”, né che bisogna ricercarlo con l’ardore e l’impazienza  (perché in questo modo la non-riuscita causerebbe un  nervosismo che a sua volta pregiudicherebbe la riuscita dello stato mentale…). Non devo pensare “sto cercando di fare il vuoto mentale”, devo restare in attesa, consapevole dei pensieri che mi attraversano, ma solo consapevole, senza interpretarli, senza associare ad essi cause o effetti, senza pensare se questa sensazione è buona o cattiva, aspettando e basta, finché ad un certo punto, come se un fastidioso allarme improvvisamente smettesse di suonare, si riconosce una sensazione di pace. Ma è una pace attiva, tonica e non priva di ambizioni, non si è spenti, tutt’altro. Perché se si è riusciti a spegnere l’interruttore dell’io razionale se ne è acceso però un altro molto più potente: é la pulsante energia vitale del nostro corpo che punta dritta verso un obiettivo, siamo tornati animali.

Commenti degli utenti

.completo

direi un articolo completo ed istruttivo, che entra bene nel vivo del problema

.tonino

29 Dic 2009
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