- “Mi monti il Grinta?” – disse Lei, e io capii subito che non era giornata.
- “Non ti va? non è vero?” – continuò. Voleva litigare.
Sapeva che Il Grinta non mi avrebbe scaldato più del sentiero appena fatto, anzi,mi avrebbe raffreddato, tanto era brutta.  Anche a lei non piaceva. Ma voleva vedere conclamato il suo diritto ad avermi come personal trainer, tutto per lei.
- “Va bene”, – risposi accomodante.
 Tanto non c’era nessuno. Lei sapeva che se avesse voluto veramente litigare avrebbe dovuto chiedermelo quando c’erano tutti gli altri, di montarle il Grinta. Di fare lo zerbino come faceva Xxxxxxx con Yyy. Quindi forse non voleva veramente litigare.
- “Ah, oggi ti va di montare il Grinta!, insisté”.-
Si, voleva litigare.
Io avevo appena fiutato per un attimo quella stessa aria che respiravo a Grotti 15 anni prima, quando ancora non c’erano i bambini con i genitori urlanti, quando ancora non si scalava in gruppo per fare caciara, quando ancora Grotti incuteva un certo timore reverenziale. Per un attimo mi ero sentito felice. Quindi buono. Quindi decisi di accontentarla, di darle quello che voleva: che mi incazzassi. Una volta tanto non le avrei risposto “..ehmm, si forse hai ragione..” cosa che la mandava in bestia ancora di più; perché voleva il litigio per il litigio, non una ragione data come ad una pazza. Neppure le avrei detto, con tutta la calma possibile, “…sei un po’ nervosetta oggi?” altra cosa che l’ avrebbe fatta infuriare. Voleva una sana litigata a scopo terapeutico. Semplicemente usarmi un po’ come punginball, aprire una valvola e trasferire dentro di me una certa quantità dei suoi miasmi. Il vecchio, classico, litigio fine a se stesso, senza un motivo reale, perpetrato dalle persone nervose per stare meglio. Loro. Fregandosene di quello che succederà alle cose che espellono. Quindi decisi che avrei reagito, per farla contenta; quel giorno mi sentivo buono. Avrebbe avuto la sua litigata e avrei fatto finta di incazzarmi pure io, visto che la mia calma da guru la irritava tanto. Ma a tempo debito. Non subito. Ora volevo respirare ancora l’aria dei tempi andati, prima che arrivassero le bande di Cro-magnon e Neandertaliani urlanti, prima che la falesia si trasformasse in un Centro Di Studi Per Antropologi.
Il Grinta è una via bruttissima. Corta, unta, con un unico schema motorio ( come d’altronde quasi tutte le vie di Grotti) che si ripete dall’inizio alla fine: infilare due dita in un buco, puntare il piede opposto, trazionare frontalmente come un bradipo su un eucalipto.
Appena scesi capii che non sarei riuscito a procrastinare a lungo la rissa incombente. Lei, infatti, aveva sfilata la corda per andare da prima: dunque mi aveva chiesto di montarla solo perché sapeva che mi sarei rifiutato. Mi sarei salvato solo se fosse riuscita a scalare in continuità e leggerezza. Nulla, infatti, fa cambiare l’umore di una donna scalatrice cosi tanto quanto una parete scalata bene o male: se riesce, dirà che la via è molto bella, tu le hai fatto sicura bene, e forse ti darà anche un bacetto quando scende. Se non si schioda, sarà una via di merda, tu le hai fatto sicura male e sei uno stronzo.Â
Purtroppo, al terzo spit, cadde.
- “non mi guardavi eh?”. Disse acida come uno yogurt fatto in casa.
- “Si”. – risposi. – “Ti guardavo” -
- “Seee. Mi hai fatto andare giù tre metri, avevo la spit alla pancia.”
- “Dicesi Sicura Dinamica e Morbida.” – Replicai, mentre lei si issava nervosamente sulla corda.
- “Ora blocca bene” – disse, appena raggiunto il rinvio.
 Io mi buttai subito indietro per fare da contrappeso.
- “Non ce la fai proprio a tenermi bene, eh?”
- “Se ti tiro ancora di più ti faccio entrare nel moschettone”
Improvvisamente ripartí, senza neanche dire “molla”. Voleva cogliermi impreparato per cazziarmi, ma io ero attentissimo. Mi accorsi che aveva preso una sequenza di buchi sbagliata e che da li a poco si sarebbe messa male di nuovo.
- “Dovresti passare un po’ più a destra”, – azzardai timidamente – “e prendere quel bidito in alto con la mano sinistra.”
- “Blocca!” – rispose seccamente, prendendo in mano il moschettone – “Quando parli mi deconcentri, io devo fare come mi viene e poi te sei alto due metri ,non la posso fare come la fai tu.” – “Non ti preoccupare è normale” – risposi calmo e rassicurante come se stessi negoziando con un killer che aveva preso in ostaggio una scuola-“capita a tutte le donne di avere una voglia matta di prendersela con qualcuno, quando non si schiodano. Il più delle volte, se non lo fanno, è perché non hanno abbastanza confidenza con l’assicuratore.” – “Mi fa pure male un dito”, - Continuò lei, con la voce lagnante di una bimba capricciosa.
- “Hai la soglia del dolore troppo bassa,” – risposi.
- “Aaaaah..non sono forte come te…” -
- “Se tu avessi un decimo del dolore che ho avuto io” -, risposi calmo, - "ti saresti fatta ricoverare sotto flebo di morfina. E poi ti fa male perché il tuo inconscio vuole una scusa." -
-Â "Possibile che devi scomodare Freud per ogni stronzata? non può essere che, semplicemente, uno abbia male veramente? E’ che tu vuoi fare passare tutti per isterici. Guarda che io non sono una pazza come le tue ex. Forse ti stai confondendo o forse quello più matto sei tu."
-Â "Verissimo" – risposi
- “Perché non ti dai una calmata e scaliamo?” – proseguí lei
- “Io sono calmissimo. Purtroppo. Io sono il vulcano Kracatoa prima che facesse esplodere una intera, enorme, montagna. Calmo da migliaia di anni.”
- “E’ una minaccia?”
- “Si.”
A me ancora non andava di farla incazzare veramente. Sul mercato romano, ero uno dei massimi esperti di scalatrici nervose . Intendiamoci, non che non mi piacessero. La donna che stava con me, pur rappresentando l’archetipo di quelle che erano state le mie ( poche) compagne fino ad allora, emanava una attrattiva che si incuneava dentro fino a raschiarmi nel profondo del mio essere. Non si trattava del tipo di donna che nelle discussioni attinge a piene mani dal mare degli aborriti stereotipi, che usa parole come " relazionarsi", " rapporto" “interpersonale”, che usa la ributtante mimica di alzare le due mani flettendo un poco indice e medio per virgolettare una parola particolare mentre sta parlando, che attacca a parlare di sé in ogni situazione. Non se ne usciva mai con espressioni raccapriccianti come “della serie..” oppure " ..la metà basta". Non aveva la scomoda veracità borgatara e neppure la finta indolenza di una pariolina. Non mangiava macrobiotico, non parlava del piano tariffario del telefonino, non aveva letto  "va dove ti porta il cuore"  e sapeva dove va l’accento in una sdrucciola.In ogni caso io conoscevo benissimo quali tasti toccare per farla arrabbiare veramente. La tecnica era abbastanza semplice: loro ( riferito all’archetipo) odiavano guardarsi dal di fuori e vedersi isteriche. Guardarsi dal di fuori e vedere i propri difetti. Io non dovevo fare altro che simulare una calma zen, stuzzicare i loro punti deboli, e poi ( con varie mosse che riuscivo bene a nascondere) fare in modo che si vedessero dall’esterno, accompagnarle a riflettere su se stesse. A questo punto la miccia era accesa, e più esplodevano le polveri, più  le guardavo con la calma rassicurante che si rivolge ai pazzi. Più loro sbroccavano. E più non si piacevano. E più non si piacevano più sbroccavano. Era una terribile escalation, quella che sapientemente innescavo, che di solito ( per fortuna), arrivata ad un culmine massimo, si interrompeva da sola e si spegneva lentamente. Ma quel giorno non la volevo avviare. Mi sentivo buono. Mi sarei incazzato un po’ anche io, l’avrei fatta sfogare quel tanto che le serviva; mi sarei ciucciato un po’ dei suoi gas di scarico, senza provocare però quel maligno circolo vizioso.
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( continua con decadenza 4, già pubblicato, e dec 5 e 6, da pubblicare)
