Se lo incontrate mentre state surfando a Fuerte Ventura, o durante una sua lezione di storia romana, potrete chiederlo al Tantaillo, cosa successe quella volta alle pendici del Monte Moneta. Quando il Dibbari decise di far tappare col cemento l’appiglio che io utilizzavo per salire “Sister Moon”. Oppure se è vero che il Tantaillo stava per precipitare in fondo al baratro delle Gole del Verdon. Di quando il Finocchi e il Dibbari si odiavano, ed erano a capo di due bande rivali. Di quella volta in cui salii, davanti agli occhi allibiti del corso del Cai, un 6b con le Birkenstock ai piedi senza passare i rinvii. O di quando il Finocchi, per scommessa, mi succhiò l’alluce sporco, incrostato ed emanante fetide esalazioni, per far colpo sulla bellissima xxx. Molto altro vi racconterò in queste pagine, e tutto è realmente accaduto.
Quello che successe quella notte, tra me e la giovane amica di Bibo, invece lo so solo io. Ma sono passati quasi venticinque anni, e penso che ormai si possa raccontare.
La mia vecchia Opel coupè arancio-cadmio metallizzato, che mio padre aveva tolto a mio nonno, sfrecciava sulla Pontina rombando come un calabrone. Il cielo era nero come il vomito di una seppia e sul Circeo si vedevano già i primi lampi. Ignazio dormiva sul sedile posteriore, mentre il Gamberoni cercava di far funzionare l’autoradio. Sabato. Dopo la scalata saremmo rimasti lí a dormire. Forse nelle baracche abusive, che però costavano 8mila lire a notte, oppure, senza spendere nulla, mettendo la tenda nel parcheggio del Mozzarellaro.
Bibo ci avrebbe raggiunti nel pomeriggio. Girava voce avesse una amica che voleva provare a scalare. Si mormorava fosse bella. Ultimo anno di liceo.
In quel periodo scalare era piacere puro. Bisogno primario. Istinto primordiale. Spontanea energia immotivata. Vivevamo nel presente, senza che la nostra azione frenetica fosse legata a un disagio che scaturiva dal passato.
Salivamo sul sentiero fremendo di desiderio, come ad un appuntamento con una donna che sapevamo si sarebbe lasciata andare del tutto, in maniera naturale e selvaggia, dolce ma impetuosa. Ma erano solo pareti, le donne non c’erano, o quasi, nell’ambiente della scalata romana. Per questo, l’arrivo imprevisto di quella novellina, ci aveva reso tutti più tronfi. Ignazio, per fare colpo, avrebbe aumentato il turpiloquio cercando, come fa ancora oggi, di far leva su quello splendido divario che c’è tra il suo essere intellettuale ed erudito e lo stereotipo di grigiosa pignoleria tipica degli intellettuali eruditi. Chi, ancora oggi, potrebbe resistere al suo fascino di professore che sa tradurre a vista un testo di Eutropio, pur non avendo gli occhiali spessi, la voce nasale, la forfora cadente su vestiti sciatti e polverosi da burocrate? Per fare colpo si sarebbe mostrato il più rozzo possibile. Il Tozzo invece si sarebbe effuso in iperboli ed esagerazioni varie, tipo che suo padre e un suo amico avevano percorso Milano-Roma in sole tre ore con la Ferrari o roba del genere. Bibo, al contrario di Ignazio, si sarebbe atteggiato un po’ da letterato, avrebbe dissimulato la sua dirompente ma genuina competitività, mantenendo, più di tutti e più del solito, un certo contegno. Il Finocchi sarebbe stato se stesso: un travolgente fuoco d’artificio; un esplosivo mix di schifezze alimentari, scatologiche e di atti vandalici. Tipo cagare su una cengia a pochi metri dal compagno e strapparsi la manica della maglietta per pulirsi; oppure bersi due dita di olio fritto avanzato, direttamente dalla scodella dove è stata condita la pasta.
Dal canto mio, come minimo avrei fatto il sentiero a piedi nudi e sarei salito slegato sul pulpito di Flippaut, con la mia bella fascia a fermarmi il ciuffo di capelli bizzoso. Silenzioso e sognatore.
Come finí nella mia tenda esattamente non me lo ricordo. Ma a darmi una mano fu sicuramente Kant. In macchina, tornando da Gaeta, la novellina se ne uscí che doveva essere interrogata proprio su Kant. Io, mezzo autistico e senza televisione a casa, mi ero appena riletto l’Introduzione alla Critica della ragion pura. Avevo capito che la filosofia a scuola sembrava difficile solo perché ci facevano leggere roba scritta da alcuni tizi che parlano delle idee dei filosofi. Invece se si leggevano gli stessi filosofi, direttamente dai loro testi, il più delle volte apparivano chiari e pure avvincenti. Insomma, riuscii a spiegarle come Kant avesse risolto il problema che avevano avuto tutti prima di lui, e lei riuscí persino un po’ a capirlo. Ero timido e imbranato ma questo tipo di botte di fortuna sapevo coglierle al volo. Forse fu cosi che finí nella mia tenda. Ma ora si presentava un grosso problema, perché sia in parete che in macchina, avevo dato un’immagine di me completamente sbagliata. Non poteva sospettare quanto io fossi imbranato.
Si infilò nella tenda con un fruscio, come un cobra che entra nella tana, e subito l’ambiente fu pervaso dal suo odore. Bibo sarebbe rimasto nelle case abusive (“Levateje le corde!” aveva detto il Dibba, “che sennò le rosica tutte!”). Il Gambineri avrebbe dormito in macchina. Saremmo stati soli. Stava capitando quello che desideravo ma che al tempo stesso temevo di più. Proprio perché le avevo dato un’immagine di me completamente sbagliata. Lei ora mi vedeva più grande, più esperto, più fico. Mi vedeva come un surfista piacione abituato ad accogliere delle fanciulle nella propria tenda, come un cantante rock in ascesa che si concedeva alla sua groupie. Aveva afferrato il discorso del Grado, 8a eccetera. Poi mi aveva sentito parlare fluido di filosofia. Ora probabilmente pensava di essere finita a letto con un Robby Naish un po’ filosofo, invece ero soltanto un bamboccione timido, spaventato e quasi vergine. Ora avevo paura. Percepivo quanto fossi inetto nella vita reale. La mia mente era efficiente solo quando stavo da solo o quando stavo in parete; al di fuori del mio comprensorio specifico, il mio QI scendeva drasticamente, e anche la mia cultura svaniva e diventavo più ignorante di un proprietario di SUV.
Non era ansia da prestazione. Era terrore da prestazione. E allo stesso tempo la concupiscenza sognata stava cercando di trasferirsi, in maniera dirompente, al livello della realtà.
La pallida luce lunare che proveniva dal mare non riusciva a illuminare il nostro giaciglio. I miei occhi però si erano già abituati all’oscurità. Calcolai di avere un breve vantaggio su di lei, che ancora non vedeva, e pensava non la potessi osservare. Si sedette sui talloni, rivolta a me, e si tolse la maglietta. Vidi i suoi capezzoli induriti dal freddo notturno che spingevano sul cotone leggero del Body, quello scomodo indumento che ormai sopravvive soltanto nelle sale di aerobica, ma che in quegli anni era usato da tutte le ragazze. Pensai subito a come avrei potuto liberarla da quella strana mutanda, a quale fosse la tecnica, se si dovesse sfilare da sopra, come una maglietta, oppure far scivolare giù come uno slip. Intanto si era levata i jeans, e aveva indossato (ahimè, sopra il body), una tuta da ginnastica rosa chiaro. Si distese sul materassino. Era a pochi centimetri da me.
Seconda parte
La tenda ci avvolgeva e ci separava dal mondo, come se una volta chiuso l’ultimo spiraglio fossimo finiti su una mongolfiera che viaggiava morbidamente nell’universo. L’intimità era totale: nessuno, più, avrebbe potuto disturbarci. Quei pochi millimetri di telo davano la sensazione di poter contenere ogni rumore e ogni silenzio, ogni odore e perfino ogni emozione. Tutto sarebbe rimasto custodito lí dentro, come in un baule in una vecchia soffitta.
Per ventidue anni, metà della mia vita, neppure il ricordo di quella notte riuscí ad uscire. Soltanto il suolo di quel posteggio, ancora oggi uguale come allora, con i quadrati dei posti auto delimitati da scomodi pali di metallo, intelaiati assieme come a sorreggere una tettoia che non fu mai costruita, conserva parte del ricordo del mio imbarazzo. Spesso, ancora oggi, quando arrivo dal Mozzarellaro e le ruote della mia macchina mordono il suolo dove tanti anni fa piantammo quella tenda, mi coglie quella sensazione di malinconica vergogna, quella che si percepisce quando ci si fa tenerezza da soli, quando lo sguardo si perde nel vuoto e dal vuoto compare la nostra immagine, e ci vediamo dall’esterno come in un film, riprovando per un attimo tutte le sensazioni di allora.
Sentivo il suo alito caldo e un leggero profumo di camomilla. Lo spicchio di luna che si era alzato dal mare stava lanciando pennellate d’argento . Ora potevo vederla. Era adagiata su un fianco, rivolta verso di me. Senza guardare, con gli occhi fintamente persi nel vuoto, come quelli di chi aspetta. Sembrava perfettamente rilassata, stava a me fare la prima mossa, ma io temevo sempre più la catastrofe incombente. Parlare, dovevo parlare, prendere tempo. Oppure ascoltare, darle l’avvio, con una piccola scossa, come ad vecchio juke box che si è incantato; io sono bravissimo ad ascoltare.
Fu allora che feci il primo sbaglio. Era li, girata verso di me, facendo intendere che mi avrebbe accolto; bella, illuminata da quella poca luce lunare filtrata dal telo della canadese, come una bambina che aspetta soltanto che le vengano rimboccate le coperte e dato il bacio della buonanotte. Dovevo muovermi fluido, perché questa cosa era soltanto natura. Se non avessi avuto nella mia mente ego, vergogna, paura, sogno e desiderio che combattevano con la realtà, forse ci saremmo lasciati andare, saremmo rimasti nel presente, senza complicazioni razionali, come due animali che non sanno quello che fanno e perché lo fanno, che non temono il futuro né sono segnati dal passato. Avrei potuto avvolgermi a lei senza pensiero e senza sogni. Come una pianta rampicante che cerca e trova la luce e l’acqua senza che nessuno le dica cosa fare. Dovevo tornare animale selvaggio e l’avrei fatta impazzire.
Intanto la luce era tenuamente aumentata e con essa il contrasto che marcava il profilo dei suoi seni. Erano grandi e appuntiti e il body ne seguiva le forme perfettamente, come se fosse stata una seconda pelle. Nonostante la posizione di fianco, sembrava che la gravità non avesse influenza su di loro e tra essi si formava un solco profondo, quasi un canyon. La punta dei capezzoli spingeva sulla lycra come due fiori che vogliono sbocciare a tutti i costi.
Percepii che stava passando troppo tempo. Presto si sarebbe girata dall’altra parte, oppure, addirittura, avrebbe sbadigliato. Ebbi fretta di fare qualcosa, e come sempre, sia nell’amore come nella vendetta, con la fretta si commettono errori. Feci una cosa che non era affatto “naturale”. Che scaturiva dalla tensione. Feci il finto. Mi mossi un poco, come per assestarmi sullo scomodo materassino, e muovendomi guadagnai spazio verso di lei. Anche io ero sul fianco, ripiegai il braccio su di me, portandolo sul petto, e col dorso della mano iniziai a sfiorare quel picciolo di pera turgido che le stava bucando la lycra. Ma non lo feci come se fosse stato un gesto volontario, lo feci subdolamente, come la mano morta di un vecchio bavoso sull’autobus. Come se avessi cercato una posizione comoda per addormentarmi e casualmente l’avessi sfiorata. Interpretavo ogni minima mossa che facevo o faceva e ne ricercavo un feedback. Ho fatto questo allora lei ora si allontanerà. Ora si è mossa dunque mi vuole vicino. Sente la mia mano e non si sposta. Ha l’alito profumato. Starà pensando a come sono, come potrei essere, come sarò questa notte. Mi devo concentrare esclusivamente sul suo gradimento, la sua serenità, il suo piacere. Oddio. Si aspetta una notte indimenticabile con la rockstar. Pensavo. Valutavo. Interpretavo. Quello che ero in grado di non fare quando scalavo. Quello che fanno i miei allievi quando soffrono di sindrome da caduta sotto la catena, quando la mente si stacca dal corpo e si proietta nel futuro, a caricarsi di aspettative; poi fa un viaggetto nel passato per riempirsi di paure; per poi ritornare ad unirsi con il corpo nel presente, ma soltanto per bloccarlo. Definitivamente. Io ero in grado di scalare senza pensiero. Sulla roccia ho uno specchio al posto dell’anima, che accoglie il presente senza esserne modificato, che si svuota immediatamente quando l’oggetto sparisce, che viene attraversato dagli eventi rimanendo sempre pulito e immutato. Dentro quella tenda, invece, il mio essere interno era una pellicola su cui si imprimeva ogni piccola modificazione esterna; e questa pellicola si modificava per sempre; il mio io era un fantoccio di creta che veniva plasmato dagli eventi, perché si identificava con essi. Quando scalavo ero un animale, il mio animo tornava puro ogni volta, come lo specchio al quale sia stato tolto ciò che si specchia; rimanevo vergine, ne buono ne cattivo, come un leone che corre a balzelloni nella savana.
Mi sembrava incredibile, vista la tensione che provavo pochi istanti prima, ma mi stavo rilassando. E quando riesci a rilassarti, finalmente ti si aprono due strade: agire oppure sognare. In quel momento feci il secondo, definitivo sbaglio: ricominciai vigliaccamente a sognare. Sognai di prenderla per mano e condurla sulla spiaggia, ormai deserta. Sognai un vento caldo che ci accoglie, le increspature del mare illuminate dalla luce lunare che formano una miriade di globuli d’argento ondulanti. Lei che mi carezza e poi si lascia dolcemente avvinghiare da me, il suo corpo che diventa subito fluido e noi che ci uniamo come due palline di mercurio, diventando un tutt’uno.
Un piccolo fruscio improvviso mi fece ridestare da quel sogno da sveglio, forse un gatto aveva strusciato il telo della tenda. Riaprii gli occhi. La guardai.
Si era addormentata.
continua
tratto dal libro “La decadenza della scalata moderna e altri racconti” in fase di pubblicazione. copyright Alessandro Jolly Lamberti


oltre 2 anni fa
viene voglia di sognare leggendoti, chiudere gli occhi ed entrare nella tenda insieme a te!!! hi hi hi grazie di cuore scalatore filosofo.