Il punto di non ritorno

Scritto da Jolly Lamberti il 26-01-2014 in Psicologia
Image

Come detto più volte in queste pagine, uno dei fattori che maggiormente limita la prestazione dello scalatore medio è l’eccesso di controllo dovuto alla paura di volare.
Nella maggior parte dei casi, il salto di qualità nello scalatore evoluto (non principiante) avviene quando si concretizza un cambio di mentalità: l’atteggiamento conservativo viene sostituito da una mentalità più sportiva, più prestazionale.
Con questo rinnovato spirito sportivo, quando ci si trova in una falesia sicura e ben attrezzata, si scala per liberare le vie, non per arrivare in cima in qualche modo, e il volo fa parte del gioco.
E, parliamoci chiaro, tutti vogliono liberare le vie, anche quelli che scalano solo per il gusto di scalare.
Per innescare questo cambio di mentalità, certamente non basta iniziare a vestirsi E9 invece che Montura e togliere il cordino da Prusik pendente dall’imbracatura.
Come fare, allora?

Per capire questo, bisogna tornare sul concetto di “punto di non ritorno”.
C’è un meccanismo atavico di conservazione, talvolta inconscio, tipico dell’alpinista, che impedisce di salire oltre quello che viene percepito come “punto di non ritorno”.
Si cerca di avere il controllo totale su ogni movimento, si sale solo quando si è sicuri che il passaggio andrà a buon fine o che si potrà, in caso contrario, tornare indietro scalando.
Questo, che è un problema emozionale, diventa subito anche un problema tecnico:
Per non superare il punto di non ritorno non si fanno salire i piedi.
Chi ha un eccesso di controllo non fa mai, come dovrebbe, il primo passo centrale, poi altri due passetti, per potersi poi estendere come una molla.
Non lo fa perché una vocina interna gli dice: e se poi non troverai un appiglio buono? Non potrai più tornare indietro e dovrai cadere.
Il problema del punto di non ritorno è un problema di eccesso di controllo:
Il nostro scalatore accenna un timido movimento con la mano; poi un breve passo con un piede; poi torna giù con la mano. Poi di nuovo su a tastare. Fino a che la scalata diventa così legnosa e isometrica da farlo acciaiare così tanto da bloccarlo.
A questo punto il nostro scalatore pensa di avere un problema di resistenza, e si va a allenare in palestra.
Il problema, invece, è sempre l’eccesso di controllo.
Io scalatore medio, che tecnicamente e fisicamente è preparato, non libera le vie perché non é in grado di superare il punto di non ritorno. Neppure quando la situazione è sportiva, sicura, senza cenge o strapiombante.
E allora giù a richiedere allenamenti di resistenza al proprio allenatore, o pasticche al proprio pusher, senza rendersi conto che tutto il surplus di forza viene comunque dissipato nella veloce agonia del non superamento del punto di non ritorno.
Ironia della sorte, non è neppure vero che questo atteggiamento conservativo preservi maggiormente da eventuali brutte cadute, anzi, è proprio chi ha molta paura che solitamente cade male.
Un superamento consapevole del punto di non ritorno, (consapevole nel senso di sapere quando la situazione è veramente sportiva e quando è possibile spingersi al limite) non comporta un aumento dei rischi, che, in ogni caso, sono presenti nella nostra disciplina.
SOLUZIONI
1)
Spezzare il meccanismo del punto di non ritorno.
Salire con i piedi, poi stendersi a cercare un appiglio e, se non si trova nulla, provare a andare fino a che si cade.
Andare al limite. Tenere presente che la nostra sensazione istintiva su quello che riusciamo o non riusciamo a tenere, quando scaliamo, è sempre sbagliata: il nostro istinto, formatosi con milioni di anni di evoluzione, non sa che abbiamo la corda e i moschettoni, il nostro istinto ci manda messaggi sovradimensionati rispetto al pericolo reale, ci dice che stiamo per cadere quando, invece, abbiamo ancora molte possibilitá di riuscita. Ci dice che quel lancio non riusciremo mai a farlo, che quello svaso non lo potremo mai tenere. Ma non è vero, mente.
Non sono le classiche prove di volo a risolvere il problema della paura di volare ma i pedanti esercizi sul superamento del punto di non ritorno: l’istruttore predispone una via sicura con un passaggio obbligato al di sopra della protezione. L’allievo deve cercare di superare il punto di non ritorno, provare a fare il passaggio, che è troppo duro per lui, quindi volare. E vola perché si è spinto fino al limite, e non è riuscito, non perché ha deciso lui di lasciarsi.
Poichè il problema della paura di volare è dovuto a un eccesso di controllo, le classiche prove di volo volontarie sono assolutamente inutili dal punto di vista psico, perché in quel caso è lo scalatore stesso che decide se e quando buttarsi, fortificando ancora di più quel bisogno di controllo che, invece, deve cercare di infrangere.
2) Vuoto mentale. Eliminare i continui feedback di controlli razionali. Scacciare la vocina interna che dice: questa presa la tenevo ora non la tengo ora casco etc.
Certamente è impossibile ottenere il vuoto mentale, ma si può iniziare cercando di farsi attraversare dai pensieri interferenti senza giudicarli, senza soffermarsi su essi. Senza che il nostro io venga modificato da essi.
3) Visualizzazione. Per ricordarsi i movimenti ma anche per superare la paura.
Rilassarsi, ripercorrere la via mentalmente in maniera vivida. Non solo ricordarsi in maniera analitica e mnemonica la posizione delle mani e dei piedi ma ricreando una esperienza polisensoriale fino a che non sudano le mani e il cuore accelera il battito.

Commenti degli utenti

un po' manicheo

non sono completamente d'accordo che esista una separazione netta tra il volo volontario e il volo in situazione "reale".

sono invece umilmente dell'idea che esista un continuum dell'ingaggio, lungo il quale si può salire "allenandosi" opportunamente ma anche scendere (ad esempio dopo un evento traumatico, un inverno di boulder o un'estate di vie lunghe facili si può regredire!)

di seguito provo ad elencare alcuni esempi del continuum proposto, da un estremo all'altro:
1) il classico "drammatico" volo volontario delle prime prove di volo
2) volo volontario lanciando a toccare la parete il più lontano possibile dalle prese di partenza.
2b) volo su via lavorata con esitazione, lasciandosi un po' cadere, senza provare al 100% il movimento successivo.
3) volo su via lavorata provando davvero, o a-vista con leggera esitazione/rinuncia
4) volo a vista provando davvero.
4b)volo controllato e meditato in situazione un po' scabrosa (chiodatura distanziata, protezioni veloci, highball)
6) volo "provando al 100%" in situazione non banalmente sportiva ma giudicata comunque accettabilmente sicura (buon friend/nut, chiodatura molto lunga ma volo pulito, etc)
7) Vera capacità di ingaggio su movimenti aleatori in condizioni oggettivamente pericolose (si spera senza volo!)

credo infine che qualcosa di simile si possa dire anche degli altri fattori che possono perturbare la capacità di ingaggio, ad esempio l'ansia da prestazione e la "coscienza del risultato" in situazioni competitive o vissute come tali.

27 Gen 2014
Per inserire un commento devi registrarti sul sito.