Quando la montagna sopra di me comincia a crollare, io sto salendo una ripida parete di ghiaccio sul Mon Blanc du Tacul. Le mie piccozze entrano agevolmente in quella crosta grigio-bianca come la superficie lunare, porosa e spugnosa, facile ad accogliere le lame, senza crinarsi come il cristallo delle cascate gelate.
E’ come salire su di una scala a pioli, con l’unica differenza che i pioli me li porto appresso io, togliendoli e infilandoli ogni volta nel ghiaccio, ed è facile.
Quando la montagna sopra di me comincia a crollare non accade nulla di tutti quei blablabla raccontati da quelli che scampano alla morte, tipo la vita che ti scorre davanti come in un film riavvolto velocemente, o il tempo che rallenta, o l’incredibile coraggio e forza psichica che ti cala addosso nel momento del disastro e stronzate di questo genere.
Quando la montagna sopra di me comincia a crollare, la prima cosa che penso è “Cazzo, allora questa montagna non è fatta soltanto di ghiaccio!”. Quella che cade giù col fragore del tuono non è acqua ma roccia, enormi blocchi di granito sui quali ci si sarebbe potuto far bouldering per un anno intero senza stufarsi.
La seconda cosa che penso è “Cazzo, sono salito su questa scala di ghiaccio, come al solito facendo il coatto, partendo dalla sosta senza mettere nemmeno una protezione, tanto è facile, e la corda è quasi finita, dunque ho fatto almeno cinquanta metri, dunque se precipito farò cento metri di volo!”
Mi stringo alle piccozze. Certamente è più terrificante spiaccicarsi dopo cento metri di scivolata che perdere una dimensione ritrovandosi tatuato su un asteroide che ti è caduto addosso.
I blocchi precipitano dall’alto rimbalzando intorno a me, spaccandosi in più parti, lanciando scheggie impazzite ed emanando odore di zolfo come se fossi finito dentro una battaglia, oppure all’Inferno. Attendo la morte impaurito da quei boati fragorosi. Avrei preferito morire nel silenzio. Sono troppo esposto per poterla scampare. Qui il canale forma un imbuto e la montagna ci sta pisciando dentro i suoi calcoli renali.
Scenari possibili:
a) vengo spazzato via da un masso che viaggia a cento km/h, e il ragazzo, che non conosco, che sta sopra di me, cinquanta metri sopra la mia testa, si salva;
b) mi spiaccico e lui pure viene colpito al collo da un masso e muore sul colpo;
c) ci salviamo tutti e due.
Forse, in una infinità di mondi paralleli, ognuna di queste possibilità si attua, e comincia ad ogni istante una nuova storia, ad ogni istante esplodono innumerevoli ramificazioni di tutte le vite (o le morti) possibili, e nel nostro istante presente, unico, infinitesimo e fugace attimo in cui ogni cosa avviene, noi abbiamo la percezione di un solo passato, mentre quell’attimo contiene tutti i passati possibili.
In ogni modo, la dimensione spazio-temporale in cui mi infilo io, è quella in cui miracolosamente mi salvo, mentre il ragazzo col casco bianco sopra di me, muore.
Faremo il viaggio di ritorno assieme, nell’elicottero della gendarmerie di Chamonix, lui col collo spezzato, compagno di cui non conosco neanche il nome.
Torniamo un attimo indietro.
Il bombardamento sta cessando. Ora cadono solo piccole scariche di assestamento. Decido di muovermi; sono stato troppo fortunato a non essere ancora spazzato via e allora penso che sia più difficile colpire un bersaglio in movimento, e comincio a muovermi. Mi sento come un soldato sotto il fuoco nemico. Faccio due rapidi spostamenti con le picche, seguiti da tre veloci calcetti col rampone. Picca-Picca. Destro-sinistro-destro.
Ma un bersaglio in movimento è più difficile da colpire solo se c’è qualcuno che sta prendendo la mira. E io non credo che la montagna ce l’abbia proprio con me. Semplicemente, una enorme quantità della sua energia potenziale si sta trasformando in movimento e calore. Semplicemente, e in accordo col pervasivo secondo principio, l’entropia sta aumentando. La montagna in questo momento ha deciso di appianare un poco le differenze e aumentare il disordine dell’Universo, come un bicchiere di cristallo che cadendo va in pezzi.
Quando tutto sembra finito, vengo colpito dalla retroguardia: un ultimo blocco un po’ più piccolo degli altri si affretta a raggiungere la valle sottostante, sembra un bambino trafelato che ruzzolando cerca di raggiungere i genitori. Nella sua corsa disordinata si scontra con il mio piede sinistro, di rimbalzo, ma con grande violenza. Vengo strattonato giù verso il baratro e i laccioli che mi legano alle picche si stringono a cappio sui miei polsi, ma rimango aggrappato. Il dolore è una trappola a morsa che mi si stringe sulla gamba. Ora c’è attaccato uno squalo e sta masticando con gusto; il mio solido e super plastificato Koflach modello extreme è ben misera corazza. Le ossa scricchiolano e si frantumano, facendo polpetta con la cartilagine. Il bruciore squilla fortissimo nella mia testa. Pochi istanti, ma di immensa intensità. Niente di cosí acuto, sia nel Paradiso che nell’Inferno, può durare più di pochi attimi: un orgasmo perfetto, ma al contrario. Infatti, presto cessa. Il metallo fuso, che poco prima ribolliva nella mia gamba , si solidifica, rendendo il mio piede un inutile blocco, che non riesco né a muovere né ad appoggiare senza che le fitte ricomincino cosí forti da farmi temere di svenire e precipitare nel vuoto.
Dietro di me, intanto, l’aria si è pulita dalla bruma mattutina e si è alzata una leggera brezza che solleva minuscoli prismi di neve. I raggi del sole li attraversano e si scompongono in geometriche scaglie di luce. Davanti a me, il grigio-bianco lunare del ghiaccio si è trasformato in grigio-azzurro, occhi di husky. E’ il colore del freddo. Ma non ho freddo. Dentro di me è montata la paura. Si, perché fermarsi vuol dire far ricominciare il flusso dei pensieri, e la vera angoscia si nutre di pensiero, non di azione. Non è il reale oggetto terrificante a terrorizzarci, quello serve solo da innesco; a farci paura veramente sono i film che la nostra mente crea quando iniziamo ad immaginare . L’oggetto della paura, come l’oggetto d’amore, è solo la tela vuota di un quadro che riempiamo noi, un blocco di marmo grezzo prima di essere scolpito, pochi atomi di materia a cui si aggrappa la nostra mente, per costruire tutto il resto. la paura è fatta della stessa sostanza dei sogni. Tuffandosi nella realtà dell’ azione e mandando affanculo i fantasmi, la paura svanisce , cosi come termina l’amore quando non è più la somma di illusione e realtà, ma solo realtà.
Sono fermo su un piede e su due picche.
Non so cosa possa essere successo a Lei.
A Lei, e ai due allievi che stanno sotto. Per quanto riguarda loro, sono abbastanza tranquillo. Ho appena terminato i corsi guida, dunque sono stato pedante nell’osservare la procedura e li ho sistemati in una sosta fuori dal canale; dovrebbero essere stati al riparo. Ma Lei? Avrebbe dovuto guidare la seconda cordata: si stava preparando quando sono partito dalla sosta, potrebbe essersi trovata dentro, quando è cominciato l’Inferno.
Lei è bellissima, e quando scala sembra una canzone d’amore che galleggia nell’aria. Gli occhi leggermente a mandorla e i capelli neri come una principessa Siux.
L’ho conosciuta ai corsi guida. Unica donna in un gruppo di machi. Nessuno sconto per lei. Neanche quando stava male e dovevamo scalare i 1600 metri di dislivello della parete nord della Grivola. Ai corsi per guida non puoi rimanere indietro. Puoi anche avere le gambe lunghe e affusolate, ma se rimani indietro ti bocciano. E lei quel giorno stava male; allora io, per fare colpo, coatto come al solito, anche quando non me lo posso permettere, la obbligai a svuotare il suo zaino, con la corda e tutto il resto, nel mio. Presto cominciai a stare male, io. Io che venivo da Roma, che mi allenavo scalando a Sperlonga, in canottiera e calzamaglia, al massimo una corsetta a Villa Ada.
Ma alla fine ce la facemmo tutt’e due ad arrivare in cima in tempo.
Sono inciampato nell’amore come in un sasso, che ho raccolto e utilizzato per infrangere quella scorza spessa che si poneva tra me e il mondo. Un giorno la principessa Siux dirà che io, per lei, sono morto quel giorno, sotto le macerie del Monte Bianco (oggi).
Perché non risponde?
I pensieri mi rimbombano nella testa come echi in una valle in cui nessuno ha gridato. Allora grido veramente, con tutto il fiato che ho in gola. Urlo il suo nome. Non sento risposta. Adesso veramente il tempo si ferma. Adesso veramente mi sta crollando tutto addosso. Non so quanto tempo passo nella certezza che nulla potrà tornare come prima.
La montagna si è fermata. L’unica cosa che scivola giù è una polvere di neve sottile come borotalco; una innocua valanghetta di microstelline bianche che scorre adeguandosi al terreno.
Anche Lei, per un po’, pensa che io sono morto.
Un giorno riprenderà dal cassetto dei suoi ricordi quella sensazione e la ricucirà col presente, cercando di tagliare tutto quello che c’è stato in mezzo. Dal giorno in cui credeva che io fossi morto e io credevo che Lei fosse morta, al giorno in cui ci lasceremo.
Al giorno in cui feci lo sbaglio, terribile, di lasciare andare una persona, pur amandola ancora.
tratto dal libro " la decadenza della scalata moderna e altri racconti" in fase di pubblicazione. copyright Alessandro Jolly Lamberti

