Ci divertivamo a fare sport cosí come un Mustang selvaggio si diverte a correre al galoppo nelle praterie.
Quella mattina il sole mi cacciò fuori dalla tenda prima del solito. Dopo le dieci diventava una serra e il calore infernale vinceva anche sulla mia atavica pigrizia mattutina.
Accesi il campingaz e misi a scaldare l’acqua per il caffè solubile, mentre preparavo le consuete uova crude sbattute con lo zucchero, che montavo con cura finché non si formava una deliziosa spuma gialla, che mi gustavo lentamente col cucchiaino, seduto per terra, con i piedi nudi sull’erba.
A scalare ci saremmo andati il pomeriggio; faceva buio tardi e difficilmente qualcuno di noi si sarebbe mosso prima delle tre.
A leggere sull’amaca. Poi una passeggiata fino in paese a comprare una baguette calda e un pezzo di Camembert.
Di nuovo amaca, il mangianastri della mia Ford Fiesta che suonava i Depeche Mode, Coca Cola fresca, studiare la guida per scegliere la via da fare. Decidere le cordate.
In Francia i campeggi vicini ai luoghi di scalata erano delle piccole comunità cosmopolite, dove scalatori provenienti da tutto il mondo comunicavano con un esperanto fatto di suoni ma soprattutto di gesti che mimavano i movimenti delle vie più in voga.
La Palud sur Verdon, pur essendo un villaggetto di poche case, aveva addirittura due campeggi. Quello più a valle, dove ogni estate si insediava il gruppo dei romani, era considerato il più fighetto: piazzole ampie, docce calde senza gettone e qualche albero per fare ombra e attaccare le amache. Alla fine del paese c’era il campeggio dei “bruttones”, abitato più che altro da spagnoli fricchettoni e da scalatori vagabondi, per i quali anche pochi franchi al giorno in più facevano la differenza.
Xxxxxxxxx era entrata in fissa che voleva fare “L’Ange en decomposition” una via super classica. Avrebbe tirato lei il tiro di 7a. Roccia magnifica, ambiente mozzafiato, uno sperone appeso su 200 metri di vuoto. Scalare L’Ange era un po’ come arrampicare sulla carlinga di un aereo in cielo, il vuoto ci avrebbe inebriato.
Ci teneva molto a fare “L’ange”, ma per vari motivi non era mai riuscita a scalarla.
Preparammo il materiale un po’ prima del solito perché era eccitata e fremeva per quella via che da tanto tempo sognava di fare.
Arrivammo sull’orlo del baratro e mi affacciai a cercare la sosta per le doppie (per chi non lo sapesse, nelle Gole del Verdon la maggior parte delle vie si attacca al contrario: prima ci si cala da sopra, poi si risale).
A differenza di Xxxxxxxxx, io non avevo molta voglia di fare una via cosi famosa, che già allora aveva gli appigli unti dalle ripetizioni frequenti.
Pochi metri a fianco, sullo stesso sperone, c’era una via che nessuno mai percorreva: “Allert au gaz”, attenzione al vuoto. Sulla guida la qualità della attrezzatura delle vie era classificata con dei simboli: doppio fittone, che voleva dire chiodatura vicina, come in falesia. Fittone singolo, che stava a significare la solita spittatura lunga tipica del verdon.
“Allert au gaz” sulla guida aveva il simbolo del triangolo rosso con il punto esclamativo al centro.
Chiodatura pericolosa, rischio di voli impressionanti.
In parete non c’era nessuno. Una grossa aquila volteggiava nel canyon facendosi trasportare dalle correnti ascensionali. Fissai una corda statica da 100 mt, mi arrotolai sulla schiena un’altra corda che ci sarebbe servita per risalire, e cominciai a calarmi. Scendevo piano, per evitare che il discensore divenisse incandescente, gustandomi il senso di vertigine, facendomi avviluppare dal vuoto. Guardando in basso sembrava di vedere la fotografia aerea di un atlante geografico, con il fiume Verdon che serpenteggiava 200 metri più sotto, piccolo e verde.
Preparai la sosta e feci un segnale a Lei di venire.
Quando arrivò, dopo la lunga calata, era raggiante. L’adrenalina le si era mescolata alle endorfine in un mix di benefiche droghe endogene. L’aria frizzante di quel pomeriggio di fine estate le entrava nelle narici come fosse polvere di Peyote. Era bella, e felice di trovarsi a navigare con me, ancorata su quel pezzo di montagna che volava sul baratro. Pronta per fare la via tanto agognata. Per salire, Lei, da prima, il suo primo 7a in ambiente.
Si era fidata di me. D’altro canto come fai a calarti da sola in un precipizio a picco nel vuoto e non fidarti del compagno?
“Vado” – disse eccitata.
“Faccio io il primo tiro, dov’è il primo spit?” – mi chiese serena.
In effetti il primo chiodo non si vedeva, ma io lo avrei subito trovato. Io sapevo dove fosse. Sicuro. Ora le avrei indicato la strada per “L’ange en decomposition”. Si fidava di me.
“Credo di avere sbagliato via” – la mia erre moscia si sentiva più forte.
“Siamo finiti troppo a sinistra” – ora ero io che mi stavo eccitando per la via che mi aspettava.
“Non l’ho fatto apposta” – mentii.
“Siamo finiti su Allert au Gaz”


11 mesi fa
Io c'ero. Ed ero accanto a voi...su L'Ange. CI calammo con una luncga statica che mi aveva regalato uno dei fondatori di METHOLIUS che all'epoca lavorava come rigger a CineCitta' per il film " CLiffHanger" insieme ad un gruppo di arrampicatori Americani. "Arrampico anche io" gli dissi. mi controllarono le dita e decisero cheavevo abbastanza calli. Alla fine della lavorazione mi lasciarono 300 metri di statica.
Mentre scalavo, sentivo la compagna doi coprdata di Jolly urlare e protestare...e arrampicare comunque.
Uno dei piu' bei periodi che ricordi quelle vacanze.