Quando spostavo i piedi per passare da una posizione di equilibrio ad un’altra il corpo restava staccato dalla parete, " camminavo" sulle concrezioni di conglomerato senza sentirmi avvinghiato alla roccia, come accade nelle giornate no, quando la gravità ti arrampica accanto e tu, bruttissimo, sembri un bassorilievo o uno scalatore primi anni 80 che si muove come una rana che non sa più saltare e striscia muovendo alternativamente e lentamente gli arti sulla parete. Sceglievo gli appoggi per i piedi senza sceglierli, sentivo di eseguire le azioni correttamente ma non correggevo nulla, avevo il massimo controllo di tutto il corpo ma non esercitavo alcun controllo, ero sufficientemente consapevole di avere l’inconsapevolezza necessaria per raggiungere lo stato di grazia: stavo facendo bene senza sforzarmi di fare bene, ero concentrato senza concentrarmi su qualcosa in particolare, ero tranquillo senza sforzarmi di restare tranquillo. I miei arti si muovevano, le mie dita stringevano, tutto il mio corpo viveva, senza la lenta mediazione del cervello. Arrampicavo come respiravo o sudavo, mi mettevo in laterale cosi come le pupille si restringono colpite da un raggio di luce, i miei muscoli, le mie ossa, i miei tendini non avevano bisogno della coscienza e si muovevano in completa autonomia. Decisi allora di provare una via più dura, non perché fossi pressato dalla prestazione, non perché dovessi, ma perché mi sentivo forte e motivato, sicuro di me e del tutto adeguato al compito che mi aspettava: un 8a di recente spittatura, il cui grado era stato confermato dall’insuccesso di un paio di noti top- climber forestieri. Non avevo paura dell’insuccesso né avevo paura dell’impressione che avrei dato di me stesso a me stesso e agli altri. La via era lunga 30 metri, la sfida per me era costituita non tanto dal grado ( 8a a vista ne avevo già fatti molti altri) quanto dal fatto di cimentarmi su un terreno ( le vie molto lunghe) a me non del tutto congeniale. Non mi sentivo annoiato o troppo rilassato, perché la sfida era grande e mi ringalluzziva parecchio e al tempo stesso mi sentivo carico e senza paura, perché ero sicuro delle mie capacità.
Partito per il tentativo, dopo un primo tratto facile, percepii subito che stavo scalando bene: il movimento era fluido, quasi fossi su una via che già conoscevo. Limitavo al minimo il calcolo razionale –analitico, giusto quel tanto necessario per interpretare la sequenza, poi lasciavo che tutto il mio hardware, che fino ad ogni cellula era imbevuto di “movimento”, agisse in maniera automatica. Senza avere la percezione del tempo che scorreva riuscivo comunque a imprimere il giusto ritmo alla salita: acceleravo fluidificando e attivandomi nei tratti più impegnativi, per poi rallentare, rilassare e prendere fiato nei tratti più facili, fino a fermarmi del tutto nei riposi parziali; quando ripartivo, la sequenza successiva di movimenti era già memorizzata. Da metà via in poi non avevo più dubbi: l’avrei fatta; e dunque cominciai a sentire il piacere della salita, la fierezza dovuta al fatto di sapere che stavo facendo bene.
1994
tratto da: Jollypower, Metodi di allenamento per la scalata
Edizioni Versante Sud

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cdo