La scalata come esercizio fisico e spirituale: liberare una via per liberarci dalle catene dell'ansia

Scritto da Jolly Lamberti il 13-03-2017 in Allenamento
Img 1250

Pubblico questo mio articolo uscito il 2 marzo 2017 sul quotidiano “Il Manifesto”, inserto “In movimento”.
Molti allievi mi chiedono quale sia la formula magica per diventare più forti e più bravi a scalare.
Questa formula esiste, anche se è molto difficile da attuare, ed è insita interamente nel concetto di sovra-compensazione. Nella mitologia greca, l’Idra era una specie di serpente con una caratteristica molto particolare: ogni volta che le veniva tagliata una testa, gliene ricrescevano due.
Anche se in maniera meno drastica, l’allenamento funziona allo stesso modo: uno stress acuto, seguito da un periodo di riposo, produce una iper-reazione dell’organismo, che ci fa diventare più forti. Questo stress, per risultare allenante, deve superare una certa intensità, altrimenti non produrrà alcuna reazione; deve essere specifico, altrimenti produrrà adattamenti inutili al nostro scopo; deve essere seguito da un giusto tempo di riposo, altrimenti causerà un decadimento delle prestazioni.
A complicare molto la questione, c’è il fatto che nella scalata le componenti mentali, emozionali e tecniche predominano su quelle fisiche.
Se vogliamo migliorare, dobbiamo dunque capire per quale motivo il nostro cervello, prima ancora che il nostro fisico, sia così fortemente attratto da questa disciplina.

Che la scalata sia quasi una droga, non lo dico solo io, che ho amato questa disciplina per tutta la vita: secondo i numeri del IFSC (la federazione internazionale dello Sport Climbing), in soli trent’anni si è passati da poche migliaia di praticanti all’incredibile cifra di 25 milioni.
Solo negli stati uniti, ogni giorno, 1500 persone provano a scalare per la prima volta.
Le parole chiave da utilizzare per comprendere questa attrazione fatale, le ritroviamo spesso in molti altri aspetti della vita: desiderio e paura.
Desiderio; perché la scalata è qualcosa che non ha un fine, un appagamento o una vittoria: come la droga, il Climbing è desiderio puro, perfetto, assoluto. Il desiderio è negazione, è tendere verso qualcosa che non si ha e non si può raggiungere e compiere un’ascensione di certo non sazia, perché con essa non si raggiunge nulla: i nostri limiti e le nostre paure si allontanano ogni volta che li abbiamo quasi acciuffati.
Paura; perché la paura oggi ci incatena e confidiamo che la scalata possa essere uno strumento per liberarci.
Senza la continua anticipazione e posticipazione della paura (abbiamo paura di quello che ancora non c’è e rimaniamo a lungo spaventati per ciò che oramai è passato) saremmo liberi come animali selvaggi. Nella scalata, la paura è una presenza costante, ma trasfigurata a livello di gioco, di arte, di esercizio. Possiamo prendere confidenza con la paura, in una situazione relativamente sicura (il moderno Climbing limita molto il pericolo oggettivo, anche se non lo potrà mai annullare). Arrampicando, ci alleniamo a gestire le stesse emozioni con le quali dovremo fare i conti per tutti i giorni della nostra vita.
Questo è il motivo che rende la scalata così intrigante: è un esercizio spirituale.
Questo ci spinge a provare e riprovare, faticare, sanguinare, spellarci le dita, per “liberare” una via (una volta si diceva “conquistare”).
Poiché abbiamo a che fare con desiderio e paura, cuore e pancia e non soltanto con tendini e muscoli, applicare alla lettera i principi delle scienze motorie risulta più difficile.
L’intelligenza motoria, nella scalata, per essere efficace e potente, deve essere automatica e non può essere mediata dal cervello analitico.
I continui aggiustamenti che il corpo deve fare, dal movimento del bacino alle caviglie, dai polpastrelli alla punta dei piedi, scaturiscono da una percezione che non può essere deliberata né consapevole. Questa potente intuizione, quasi una illuminazione, viene inibita dall’ansia, che ci riporta drammaticamente verso il controllo cosciente di ogni movimento, come un pianista che volesse essere consapevole dell’azione di ogni singolo dito.
Nel mondo inanimato vale un principio per cui ogni cosa, se lasciata a se stessa, si muove cercando il minimo sforzo possibile. Questo “principio di minima azione” funziona nella meccanica classica, nella relatività, e persino nella meccanica quantistica.
Paradossalmente, gli esseri umani sembrano seguire una legge opposta: quella del “massimo spreco”. Basti pensare alle guerre, al traffico, alle liti con la fidanzata, alla burocrazia.
Così anche lo scalatore, quando arrampica gonfio di ansia, tende a seguire questa legge “del massimo sforzo”: non si lascia andare, limitando l’escursione delle articolazioni, tituba su scomode sporgenze, si avvinghia agli appigli, stringendoli più del necessario, contrae muscoli che non servono, immagina mostri che non esistono, tira soltanto con le braccia, senza spingere con le gambe, sprecando energia.
Io non ho un corpo, io sono il mio corpo. Il piede non è uno strumento che utilizzo per salire, come la scarpa o la piccozza.
Io sono il mio piede. Io sono le mie dita. La roccia comincia dove finisco io. Si fonde con me.
Se il piede è un corpo estraneo, scivola. Se io sono il mio piede, resterò attaccato.
Quando ho paura, non sono più il mio corpo. Il lubrificante benefico smette di scorrere nelle articolazioni e il movimento diventa legnoso, gli attriti lo bloccano.
Bisogna allenare il corpo a precedere la mente, a decidere senza di lei, e la mente a lasciarsi andare, “liberando” la via e “liberandoci” dalle briglie di un eccessivo controllo.
È questo l’unico modo per compiere il miracolo di un corpo che danza su una roccia a strapiombo, che trae la spinta da se stesso, nonostante una forza di gravità contraria alla direzione del moto, come una vela che procede controvento. Nel Climbing le nostre paure diventano i nostri desideri, non c’è nessuno da battere, tranne le nostre debolezze, la nostra codardia, i nostri bassi limiti.

Alessandro Jolly Lamberti Bocconi
Guida Alpina, Allenatore di Arrampicata.
Autore di “Jollypower” metodi di allenamento fisico e mentale per la scalata sportiva e di “Run Out” storie vere di paura amore e scalata. Entrambe i volumi sono editi da Versante Sud.

Commenti degli utenti

Per inserire un commento devi registrarti sul sito.